L'etica di Jacques Monod
L’etica di Jacques Monod

Tutto ciò che esiste nell’universo è frutto del caso e della necessità.
Democrito

Ogni conquista della scienza è una vittoria dell’assurdo.
McGregor

La scienza delle cose esteriori non mi consolerà dell’ignoranza della morale nel momento del dolore; ma la scienza della morale mi consolerà sempre dell’ignoranza delle scienze esteriori.
Blaise Pascal

La scienza ha dato all’uomo poteri immensi. Ma, oltre al fatto che nell’uso di questi poteri sono stati perpetrati abusi atroci, va detto che per la maggior parte degli uomini rimane oscura la fonte stessa della scienza, che risiede nella conoscenza oggettiva e nell’etica che la fonda. Ne deriva quest’ansia, questa profonda diffidenza che tanti dei nostri contemporanei provano nei confronti del mondo moderno e della scienza: sentimento di estraneità e di alienazione che certamente non investe solo i meno istruiti, visto che alcune delle tendenze più tipiche della letteratura e della filosofia contemporanee si alimentano direttamente di questa alienazione, spesso esplicitamente dichiarata.

Oggi per la comunità degli uomini di scienza, ci sono pochi doveri più chiari o più urgenti della lotta contro questa moderna schizofrenia. Ma come combatterla, se non con l’approfondimento della conoscenza, con l’applicazione costante del metodo oggettivo a sempre nuovi campi e infine con un insegnamento impartito senza costrizioni e senza sanzioni a uomini liberi?…

II sistema nervoso centrale dell’uomo, pur essendo più grande in volume, non si distingue da quello degli altri primati per quanto riguarda le sue strutture generali. E se, dopo Broca, si può riconoscere a certe parti dell’encefalo la funzione di centro del linguaggio, non si può ancora dire se questa facoltà è legata all’esistenza di circuiti particolari, presenti nell’uomo e non nella scimmia, oppure se è associata all’accrescimento complessivo della capacità di registrazione e di elaborazione del sistema. Sarei tentato di fare l’ipotesi che la comparsa del linguaggio è stata resa possibile dall’emergenza di nuove interconnessioni, non necessariamente molto complesse di per sé, in un preominide dotato fino a quel momento di un sistema nervoso centrale poco più sviluppato di quello di una scimmia superiore attuale. Ma una volta comparso, il linguaggio doveva conferire alla capacità di elaborare e di registrare un valore selettivo immensamente più alto. In base a questa ipotesi, potrebbe darsi che la comparsa del linguaggio abbia preceduto, forse di molto, l’emergenza del sistema nervoso centrale proprio della specie umana e abbia contribuito di fatto in maniera decisiva alla selezione delle varianti più adatte a utilizzarne tutte le risorse. In altri termini, è il linguaggio che avrebbe creato l’uomo e non viceversa.

[…] sempre e sempre più i vivi sono dominati dai morti. Auguste Comte (Si veda a questo proposito il libro rosso di Carl Gustav Jung, n.d.r.)

Su quest’ultima riflessione che, vera o falsa che sia, appartiene ancora al suo campo, il biologo, cultore di una scienza che non è qualificata come scienza umana, dovrebbe forse chiudere il suo discorso per passare la parola ai linguisti, agli psicologi e ai filosofi. Eppure la noosfera, benché sia immateriale e popolata solo di strutture astratte, presenta forti analogie con la biosfera dalla quale è emersa. Un’idea trasmissibile costituisce un essere autonomo, un ente, nel senso in cui si parla di enti in matematica – dotato di per sé di emergenza e di teleonomia, capace di conservarsi, di crescere e di diventare sempre più complesso. Di conseguenza, è l’oggetto di una selezione della quale la cultura moderna è il prodotto attuale, ma in piena evoluzione. Forse un giorno un uomo geniale saprà scrivere, come pendant all’opera di Darwin, una “storia naturale della selezione delle idee”. Si può vedere che le leggi di questa selezione sono necessariamente molto complesse, perché operano a due livelli, come nel caso di una specie parassita.

II successo di un’idea dipende prima di tutto dal suo potere d’invasione, che è certamente legato alla sua struttura individuale e alla sua capacità di dominare o di assimilare altre idee, ma senza un rapporto immediato con il valore selettivo di questa idea per l’uomo o per il gruppo che l’accetta. Una specie parassita dotata di una virulenza e di una capacità di trasmissione tale da portare a morte senza eccezione tutti i rappresentanti del suo ospite d’elezione scomparirebbe essa stessa. Molte idee hanno avuto questa sorte, o l’avranno.

Analogamente, come certe differenziazioni estreme che inizialmente hanno procurato un successo e poi, in un contesto ecologico modificato, hanno portato interi gruppi all’estinzione (è il caso, per esempio dei grandi rettili dell’era secondaria), così oggi si può constatare che l’estrema e superba rigidità dogmatica di certe religioni (quali l’islamismo, il cattolicesimo e il marxismo), che ha favorito le loro conquiste in una noosfera che non è più la nostra, diventa oggi per esse causa di un’estrema debolezza che può portarle, se non alla scomparsa, per lo meno a laceranti revisioni.

Il buon senso è la cosa più diffusa nel mondo. Tuttavia solo io, finora, ne ho capito l’uso.
Parafrasi del Discours

Così vorremmo proprio conoscere quale sarà la sorte dell’idea più potente che sia mai emersa nella noosfera: l’idea di conoscenza oggettiva la quale, secondo una definizione che ne è stata data, ha come unica fonte il confronto sistematico fra la logica e l’esperienza.

Non conosciamo bene neanche la storia di questa idea, che certamente è antica quanto l’uomo; infatti nessun individuo e nessuna società sarebbero potuti sopravvivere se non l’avessero messa in pratica. Molto probabilmente l’emergenza di questa nozione è stata tanto difficile e lenta proprio perché essa era tanto profondamente radicata nella prassi. Si può certamente spiegare così il fatto che intere civiltà, anche fra le più raffinate come quella cinese, non siano mai arrivate a esprimerla, mentre nell’Europa occidentale occorsero più di duemila anni, dai presocratici a Galileo e a Cartesio, per preparare l’avvento della scienza moderna.

Si tratta quindi di un’idea che, per la sua stessa semplicità, per la sua apparente aridità, è quasi del tutto priva di potere d’invasione e di conseguenza è totalmente disarmata di fronte a nozioni ricche di contenuto etico che pretendono di offrire una soluzione al problema della condizione umana. Se in definitiva quest’idea, nonostante tutto, si è imposta, è proprio per merito esclusivo del suo valore selettivo al secondo livello: quello della prassi, dell’immenso potere che essa metteva a disposizione degli uomini.
L’idea della conoscenza oggettiva s’imponeva, creava il mondo moderno, non era accettata in sé e per sé; questo non succede neanche ora, e l’angoscia degli abissi pascaliani che la sua luce rivela è più che mai presente. II vecchio mito dell’albero della conoscenza testimonia che questi terrori sono antichi, ma è un poeta moderno a dirlo:

Frères, làchez la Science gourmande Qui veut voler sur les ceps défendus Le fruit sanglant qu’il ne faut pas connaître. [Lasciate, fratelli, la ghiotta Scienza che vuol rubare sui rami proibiti il frutto sanguinante che non bisogna conoscere.]

L’estraneità dell’uomo moderno nei confronti della cultura scientifica, che pure tesse il suo universo, si rivela sotto ben altre forme, oltre che nell’ingenuo orrore espresso da Verlaine. In questo dualismo io vedo uno dei mali più profondi di cui soffrono le società moderne, causa di squilibri così gravi da minacciare fin da ora la realizzazione del grande sogno del secolo XIX: l’emergenza futura di una società non più costruita sull’uomo, ma per l’uomo.

Universo, caso, necessità e stupidità.
Universo, caso, necessità e stupidità.

Quali sono dunque le ragioni di questa estraneità? Se ne possono riconoscere diverse, distinte ma convergenti. Una prima ragione riguarda, semplicemente, tutto ciò che nella scienza va al di là della comprensione immediata e intuitiva. Non si tratta soltanto della relatività, della teoria dei quanti o dei meccanismi dell’emergenza molecolare. Le tecniche generate dalla scienza moderna sono incomprensibili per la maggior parte degli uomini e sono per essi una causa di umiliazione permanente (a meno che, per compensazione, queste perplessità, amalgamate con miti antichi, non vadano a costituire una sorta di neo-esoterismo, che sembra avere grande potere di penetrazione).

In secondo luogo, ci sono gli abusi di potere di cui in definitiva si considera responsabile la scienza. Su questo argomento è sorta una ricca letteratura, e già molto tempo prima dell’esplosione di Hiroshima è stato inventato l’archetipo dello scienziato paranoico, che non si fermerà davanti al crimine pur di realizzare il suo esperimento folle. Da Frankenstein al dottor Stranamore, passando per il professor Moriarty, ce n’è una serie ininterrotta.

Ogni conquista della scienza è una vittoria dell’assurdo.
McGregor

C’è poi un sentimento molto più profondo, più diffuso e più grave, che già Kant confessava, secondo il quale la scienza fa dell’uomo un estraneo in un cosmo che non lo considera più necessario e non ha più un posto da sempre destinato a lui. Che l’uomo non abbia nessuna importanza nell’universo, che non vi eserciti nessuna funzione essenziale e che solo per un caso vi sia emerso, tutto questo è il risultato principale della scienza ed è anche il suo risultato più inaccettabile. Rifiutare questo risultato, ricorrere alla trascendenza o a una qualsiasi entelechia universale non esige tanta ascesi oggettiva e permette di assegnare alla nostra condizione umana un’origine che appare più nobile e più significativa.

Si vede bene, d’altra parte, che le concezioni probabilistiche della scienza moderna sono ancora più detestabili delle teorie meccanicistiche della fine del secolo XIX. L’universo di Laplace faceva meno paura del nostro. L’uomo vi aveva da tutta l’eternità il suo posto stabilito inevitabilmente, e per piccola che fosse questa nicchia, era già qualcosa. Ma che l’uomo sia il prodotto di una somma incalcolabile di eventi fortuiti conservati con grande cura, come crederlo, non dico in rapporto all’uomo biologico, ma per lo meno in rapporto alle sue opere? In che modo il puro caso potrebbe mai aver scritto l’Odissea, l’Andromaca o La passione secondo Matteo?

L’universo è riempito solo di rumori. L’uomo li sceglie e li usa per comporre a sua immagine una musica di cui si meraviglia.
McGregor

Si può calcolare la probabilità che una scimmia dattilografa scriva le opere di Shakespeare. Questa probabilità è dello stesso ordine di quella di vedere congelare l’acqua di una pentola messa sul fornello acceso. Si tratta di eventi che, come dice Borel, sarebbero legittimamente considerati miracoli. Ma se queste opere, così come sono state scritte da Shakespeare, devono la loro emergenza, in definitiva, a una somma di avvenimenti fortuiti, la loro probabilità iniziale era la stessa di quella calcolata considerando la scimmia come autore. Si tratta dunque di un miracolo.

Questo ragionamento inattaccabile ha un solo difetto: è applicabile a qualsiasi accadimento particolare verificatosi nell’universo, poiché a priori la probabilità di ognuno di essi era infinitesima. Ma l’universo esiste, bisogna pure che vi accadano avvenimenti, che sono tutti ugualmente improbabili; e l’uomo si trova a essere uno di tali avvenimenti improbabili. Egli è stato estratto a sorte! Deve disperarsi? Deve rifiutare la scienza che ci impone concezioni di questo genere? Il tema della disperazione dell’uomo convinto di essere qualcosa di assurdo e che rifiuta di esserlo ha alimentato molte delle maggiori opere contemporanee.

La scienza delle cose esteriori non mi consolerà dell’ignoranza della morale nel momento del dolore; ma la scienza della morale mi consolerà sempre dell’ignoranza delle scienze esteriori.
Blaise Pascal

Se pure non si prendono in considerazione conclusioni del genere – questa paura davanti all’ignoto che rischia di scoprirsi, questo orgoglio ferito – resta ancora l’argomento ultimo: che la conoscenza oggettiva ignora i valori; che, se ha potuto distruggere i fondamenti tradizionali delle etiche religiose, per sua natura essa non può proporne un’altra; e che la filosofia, poiché la sua funzione è prima di tutto quella di stabilire un sistema di valori, dovrà pure cercarne le basi al di fuori o al di là, se non al di qua della scienza.
Spero che mi si vorrà scusare se ho osato affrontare un argomento come questo. Ma come potrebbe uno scienziato, e soprattutto un biologo, nascondere la sua preoccupazione e la sua ansia davanti a questo inevitabile paradosso? Se è uno scienziato, è perché ha scelto di diventarlo. Con questa scelta, egli affermava la sua adesione a un certo sistema di valori, assumeva, in modo esplicito o implicito, un’etica. Sceglieva una disciplina e accettava di sottomettervisi: una disciplina in effetti con tutte le sue implicazioni ,di rigore morale, senza il quale il rigore logico e l’obiettività sarebbero inaccessibili.

La scienza ignora i valori; la concezione dell’universo che oggi essa ci impone non contiene nessun tipo di etica. Ma la ricerca costituisce di per sé un’ascesi; implica necessariamente un sistema di valori, un’ “etica della conoscenza”, di cui tuttavia non può dimostrare la validità.
Ci troviamo dunque davanti alla seguente contraddizione: le società moderne vivono, affermano, insegnano ancora – senza peraltro crederci – sistemi di valori i cui fondamenti sono crollati, mentre d’altra parte queste stesse società, , permeate di scienza, devono la loro emergenza all’accettazione, il più delle volte implicita e fatta da un numero molto esiguo di uomini, di quest’etica della conoscenza che esse ignorano. Ecco le vere radici dell’alienazione moderna.

In che cosa consiste dunque questa etica, creatrice di conoscenza? Io credo che essa sia ancora poco conosciuta, perfino dagli scienziati. Nietzsche non si era sbagliato, quando ne denunciava con violenza il temibile segreto:

Tutte le scienze operano oggi al fine di distruggere nell’uomo l’antico rispetto di sé… Impegnano il loro austero e rude ideale di atarassia stoica nell’alimentare nell’uomo questo disprezzo di sé, ottenuto al prezzo di tanti sforzi, presentandolo come l’ultimo e più serio titolo per la stima di sé…
Friedrich Nietzsche

Ho ricordato poco fa che l’idea stessa di conoscenza oggettiva, racchiusa in un primo momento nella pratica delle arti meccaniche, aveva impiegato secoli per emergere come concetto nella noosfera. Ancora oggi si confonde spesso l’etica della conoscenza con il metodo scientifico. Ma il metodo è un’epistemologia normativa, non è un etica. Il metodo ci dice come ricercare. Ma chi ci comanda di ricercare, e a questo fine di adottare il metodo, con l’ascesi che esso implica.

Qui nasce un nuovo malinteso. Oggi si sente continuamente difendere la ricerca pura, libera da qualsiasi contingenza immediata, ma questa difesa è fatta proprio in nome della prassi, in nome delle potenzialità ancora sconosciute che solo la ricerca pura è in grado di rivelare e assoggettare. Io accuso gli scienziati di avere spesso, troppo spesso alimentato questa confusione, di avere mentito sul loro reale intendimento, parlando di potenzialità mentre in realtà perseguivano l’unica conoscenza che veramente importa loro. L’etica della conoscenza è radicalmente diversa dai sistemi religiosi o utilitaristici che vedono nella conoscenza non il fine, ma un mezzo per raggiungerlo.

Il solo scopo, il valore supremo, il “sommo bene”, nell’etica della conoscenza, non è, confessiamolo, la felicità degli uomini, e ancor meno la loro potenza temporale o le comodità della vita, e neanche il socratico “conosci te stesso”,: è la pura e semplice conoscenza oggettiva. Io penso che sia giusto dirlo; che si debba sistematizzare questa etica, che si debba farne scaturire tutte le implicazioni morali, sociali e politiche, che si debba diffonderla e insegnarla, perché, avendo creato il mondo moderno, è la sola compatibile con esso.

Non si dovrà nascondere che si tratta di un’etica dura e vincolante la quale, mentre rispetta l’uomo in quanto veicolo della conoscenza, definisce un valore superiore rispetto all’uomo stesso. È un’etica conquistatrice e, per certi aspetti, nietzscheana, perché è una volontà di potenza: ma di una potenza confinata solo nella noosfera. E un’etica che insegnerà di conseguenza il fermo rifiuto della violenza e del dominio temporale; un’etica della libertà personale e politica, dato che la contestazione, la critica, la costante rimessa in questione vi trovano posto non solo come diritto, ma come dovere; un’etica sociale, poiché la conoscenza oggettiva può essere stabilita come tale solo all’interno di una comunità che ne riconosce le norme.

Quale ideale proporre agli uomini di oggi, che sia al di sopra e al di là di loro stessi, se non la riconquista, mediante la conoscenza del nulla che essi stessi hanno scoperto?

Jacques Monod

Etica e conoscenza ultima modifica: 2020-05-24T14:05:04+00:00 da Carl William Brown