Università e stupidità, alcuni testi
Università e stupidità, alcuni testi

La scuola come l’università serve più che altro a fornire titoli burocratici che non a creare una vera cultura ed un sereno ed armonioso sviluppo sociale.
Carl William Brown

Certe stupidaggini si ascoltano in tv e alla radio, poi si leggono sui giornali, dopo di che vengono raccolte in libri che vengono a loro volta recensiti sui settimanali, in seguito la critica organizza dei convegni ed i vari interventi vengono riuniti in saggi che verranno poi analizzati e studiati nelle università.
Carl William Brown

Oxford, 1124 d.C. L’università con i suoi edifici, le sue cappelle e i suoi chiostri domina la città. Brescia, 1994. Gli studenti di alcune facoltà della città fanno lezione in aule diverse, molto distanti tra di loro, compreso anche saloni in genere adibiti alle proiezioni di films, volgarmente chiamati, cinema.
Carl William Brown

E’ degradante che certa gente si consoli della stupidità del mondo pensando che il proprio figlio fa l’università.
Carl William Brown

L’astrologia ha ormai più di 5000 anni; da quando però, nel 1666, fu bandita in Francia dalle università si è riversata nella più affollata facoltà della stupidità.
Carl William Brown

Per un famoso professore di matematica all’università il 90 per cento degli italiani è stupido, ma questa è comunque una valutazione ottimistica; in un modo o nell’altro tutti gli esseri umani, in quanto appartenenti ad una specie miserabile, sono stupidi, compreso l’autore in questione! Basti appunto pensare che la matematica, come la religione, non è un opinione, è soltanto una fesseria.
Carl William Brown

Le università cattoliche sono ottime, infatti è stato là che ho cominciato a studiare la stupidità.
Carl William Brown

Heidegger pensava ad un’università senza più ruoli gerarchici. A qualcosa che fosse un corpo unico, in cui le specializzazioni non diventassero così importanti da impedire la comunicazione fra le parti; desiderava che si stabilisse una sorta di comunione tra docenti e studenti. Ecco perché è sempre stato considerato un filosofo di destra, un nazista.
Carl William Brown

Poiché un insegnante guadagna meno di uno spazzino, che ha a che fare con dei rifiuti, significa evidentemente che lo stato non considera gli studenti una merce migliore. Certo all’università i professori guadagnano di più, ma lì, si sa, i rifiuti sono tossici, speciali ed altamente nocivi, quindi il maggior indennizzo è ampiamente giustificato.
Carl William Brown

Etica, estetica, logica, filosofia, verità, ricerca, università fallimento, dolore, egoismo, dubbio…,però quanti nomi può assumere la stupidità.
Carl William Brown

Università, insegnamento e stupidità
Università, insegnamento e stupidità

Le sciocchezze che insegnai

Anche la vecchia pelliccia pende al vecchio chiodo e mi ricorda le sciocchezze che insegnai, allora, a quel ragazzo e delle quali egli, un giovanotto ormai, si nutre ancora oggi. O cappa dal lungo pelo, mi prende veramente il desiderio di darmi, ancora una volta unito a te, l’importanza del docente, come quando si pensa di aver completamente ragione. Ai dotti ciò riesce, al diavolo è passata la voglia da un pezzo. (Scuote la pelliccia che ha tirata giù dal chiodo. ne vengono fuori tignole, scarafaggi e farfallette.)
Mefistofele

Ahimè!, ho studiato, a fondo e con ardente zelo, filosofia e giurisprudenza e medicina e, purtroppo, anche teologia. Eccomi qua, povero pazzo, e ne so quanto prima.

Già, quello che si chiama sapere! A chi è permesso chiamar le cose con il loro nome? I pochi che ne capirono qualche cosa e, abbastanza ingenui, non frenarono l’empito del loro cuore e rivelarono alla folla i loro sentimenti e le loro visioni, li hanno sempre messi in croce o sopra un rogo. Vi prego, amico, è notte fonda, per questa volta dobbiamo interrompere.

Prima parte’della tragedia

Notte
Una piccola stanza gotica, con una volta alta Faust, inquieto, sulla sua poltrona, davanti al leggio

FAUST. Ahimè!, ho studiato, a fondo e con ardente zelo, filosofia e giurisprudenza e medicina e, purtroppo, anche teologia. Eccorni qua, povero pazzo, e ne so quanto prima! Vengo chiamato Maestro, anzi dottore e già da dieci anni meno, per il naso, in su ed in giù, in qua ed in là, i miei scolari. E scopro che non possiamo sapere nulla! Ciò mi brucia quasi il cuore. Ne so, è vero, un po’ più di quelli sciocchi, dottori, maestri, scribi e preti; non mi tormentano né scrupoli, né dubbi, né ho paura del diavolo o dell’inferno. Però mi è stata tolta in cambio di ciò ogni gioia; non mi metto in capo di sapere qualcosa di buono, non mi illudo di poter insegnare qualcosa, di saper render migliori o convertire gli uomini. Oltre a ciò non ne ho né beni, né danari, né onori, né le pompe del mondo. Nemmeno un cane potrebbe continuare a vivere cosi. Mi sono dato pertanto alla magia, se mai il potere o la parola dello Spirito mi rivelassero qualche segreto. Per non dover dire, dopo così amare, sudate fatiche, quello che non so, per poter scoprire ciò che, nel profondo, tiene insieme l’universo e contemplare ogni attiva energia ed ogni primitiva sostanza e smetterla di rovistare nelle parole.

J.W. Goethe

Il Servilismo degli accademici.

Francesco Alberoni, recentemente, nella sua rubrica “Pubblico e Privato” che tiene sul Corriere della Sera ha inteso incorniciare: “Ecco che cosa ti aspetta se vuoi insegnare all’Università”. Nel mondo universitario l’imperativo tra gli accademici è uno solo, vale a dire la carriera. La carriera universitaria docente, sostiene Alberoni nel suo articolo, produce: “dipendenza, incertezza e servilismo”. Tutto nasce in realtà dal cosidetto sistema di esplicita cooptazione dei docenti che, sempre secondo Alberoni, così si esemplifica: “Il laureato di solito, incomincia la carriera universitaria con un assegno di ricerca. Decide una commissione giudicatrice. In realtà il professore (ordinario) che presenta il suo candidato, e i suoi colleghi lo promuovono in quanto lui promette di promuovere uno di loro. Così il giovane incomincia a lavorare con quel “maestro” da cui dipenderà, d’ora in avanti, tutto il suo futuro. Dopo un tirocinio di alcuni anni, gli dicono di prepararsi al concorso statale per diventare Ricercatore. Qui la commissione è eletta da tutti i professori italiani della materia, con un meccanismo elettorale complicatissimo che, però, è governato da un ristretto gruppo di potere politicamente orientato, e decide in anticipo chi dovrà essere promosso e chi no. Perciò al nostro giovane andrà bene solo se il suo maestro è inserito nella cordata giusta. Mettiamo che riesca. Ora è diventato Ricercatore. Ha circa 35 anni, uno stipendio da fame e deve aspettare tre anni per la conferma.

Tre anni sulle spine. Ma è la regola: deve sempre sentirsi sotto giudizio, chinare la testa, fare il bravo.
Dopo qualche anno, se ha fatto le ricerche gradite ai superiori, lo autorizzano a partecipare al concorso di professore associato. Anche questa commissione giudicatrice nazionale viene eletta dallo stesso gruppo di potere che ha scelto quella del concorso precedente ed ha già stabilito, in anticipo, chi vincerà e chi no. Supponiamo che lo facciano vincere. È sui 45 anni e deve fare altri tre anni per avere la conferma.

Quindi pazienza e prudenza. Passa altro tempo e, al nostro amico, resta solo l’ultima tappa, quella di professore ordinario, la più difficile. Ora deve assolutamente essere nella cordata giusta, aver dato le giuste garanzie politiche, non avere nemici ed essere stato inserito con molto anticipo nell’elenco di coloro che saranno promossi. Se si comporterà proprio per bene può farcela, entro i 55 anni. Più i soliti tre anni per la conferma. Così, verso i settant’anni sarà finalmente libero di creare e di scrivere quello che pensa, prima di andare in pensione a 65″.

Alla fine Alberoni conclude con un’esortazione fatta al ministro dell’università: “Signor ministro, mi creda, oggi chi fa carriera universitaria in Italia è come un cane tenuto al guinzaglio per tutta la vita. Una condizione umiliante. Ma non sono gli uomini ad essere malvagi, sono sbagliate le regole, le istituzioni. L’autonomia non esiste, la concorrenza non esiste, le elezioni del CUN (Comitato Universitario Nazionale) e delle commissioni dei concorsi sono manovrate”.

Università e la finzione dei concorsi
Università e la finzione dei concorsi

L’Università e la finzione dei concorsi

L’università italiana ha molti meriti, ma anche tanti difetti, quantomeno se confrontata con altre università occidentali. Un difetto grave è che essa è in parte finta, non in senso denigratorio, ma nel senso proprio: di una cosa più apparente che reale, o che appare come non è. Sono finti certi professori, che lavorano più fuori che dentro l’università (debitamente autorizzati!); finti molti studenti, che non frequentano i corsi e sono presenti solo agli esami (senza loro colpa, perché sarebbe impossibile ospitarli tutti se decidessero di frequentare); finte molte riunioni plenarie di organi accademici, dove si discute di problemi in realtà già decisi in riunioni più ristrette; finti spesso i rapporti tra docenti, e così via.

Nel nostro sistema universitario il progressivo sviluppo del principio di apparenza rispetto a quello di realtà si è legato al progressivo sviluppo della quantità rispetto alla qualità. Fino a poco tempo fa, erano abbastanza veri i concorsi universitari (almeno quelli di I e II fascia), perché, essendo pochi nel tempo e centralizzati, di solito si svolgevano in un regime di reale concorrenza. ma il nostro legislatore deve aver pensato che i pochi e veri concorsi costituivano un’anomalia nel quadro di un sistema universitario ormai inflazionato e sempre più tendente verso il principio della finzione.

Allora ha elaborato un nuovo regime concorsuale (l. 210 del 1998) che, con un ingegnoso pasticcio fra centralismo e autonomismo, ha prodotto concorsi numerosi e rigorosamente finti. Una serie combinata di fattori (l’appetito localistico di molte università, la triplice idoneità, il sistema delle commissioni, la facilità del voto di scambio, la chiamata diretta degli idonei ed il minor costo per le facoltà nella chiamata dei docenti interni rispetto agli esterni) ha dato come risultato la eliminazione totale della concorrenza, sia fra i commissari che fra i candidati. In altri termini, una riforma in in nome dell’autonomia ha avuto un esito paradossale: un’autonomia senza competizione e senza responsabilità, e quindi senza qualità.

L’aspetto più curioso è che quasi tutti i colleghi criticano il nuovo meccanismo concorsuale, ma pochi protestano a voce alta. molti per rassegnazione, ma forse anche perché tale meccanismo in fondo torna comodo, permettendo ad ognuno di poter sistemare facilmente i propri allievi (preferiti). Oppure perché in alcune discipline consente a ristrette oligarchie ben organizzate di controllare le elezioni dei commissari: cosa che il sorteggio o la commissione unica nazionale rendeva ben più difficile. Conclusione: anche nell’università, come altrove, la quantità ha più successo della qualità, e i ricercatori validi, cresciuti fuori dall’università, non avranno più chances di essere cooptati.

Riccardo Pisillo Mazzeschi Univ. di Siena
Francesca Farabollini Univ. di Siena
Riccardo Fubini Univ. di Firenze
Giorgio Chittodini Univ. statale di Milano

Il caso di Carlo Rubbia

Tutti sanno che Carlo Rubbia è nato in Italia e ha vinto il premio Nobel. Non tutti invece sanno che Carlo Rubbia non avrebbe mai potuto, in base alle leggi esistenti, essere chiamato per chiara fama a insegnare in una università italiana: non tutti sanno, infatti, che alla fine degli anni sessanta il giovabe Rubbia, bocciato in un concorso a cattedra, scelse di insegnare ad Harvard, dove restò per 19 anni, dopo i quali ha assunto una posizione eccellente al Cern di Ginevra. Ora la legge è cambiata e Rubbia ha potuto così diventare professore all’università di Pavia per chiamata diretta. Il caso di Rubbia potrebbe innescare una benefica reazione a catena, convincendo altre università a reclutare altri studiosi degni di questo nome e a rimettere in movimento la ricerca e la didattica.

Si creerebbe un clima di buona competizione tra gli atenei, verrebbe potenziata la mobilità dei docenti, si indebolirebbero le antiche ma tenaci forme di lottizzazione. E, in una università meno rigida e più aperta al mercato, si creerebbero quelle opportunità per i giovani che, negli anni passati, sono state sacrificate alle cordate dei portaborse e dei mediocri. Forse, il Comma 112, in cui si dichiara la possibilità di una chiamata diretta di eminenti studiosi non solo italiani che occupino analoga posizione in un’università straniera o che siano insigniti di alti riconoscimenti scientifici in ambiti internazionali, è il segno di un’inversione di tendenza.

Messina, retata nell’ateneo. Le cosche gestivano corsi ed esami, arrestati anche medici e docenti. Secondo i Pm i professori erano collusi o intimiditi. Solo una parte ha resistito. L’ateneo sempre al centro degli interessi mafiosi. Agguati, estorsioni e l’omicidio di un professore. Lezioni e canne mozze, il supermarket degli affari…

Animale donna
Evaristo Galois
Università e stupidità ultima modifica: 2020-11-09T14:44:29+00:00 da Carl William Brown