Professori e università
Professori e università

Da Bouvard et Pécuchet di Gustave Flaubert

Les six millions de voix refroidirent Pécuchet à l’encontre du peuple ; – et Bouvard et lui étudièrent la question du suffrage universel.

Appartenant à tout le monde, il ne peut avoir d’intelligence. Un ambitieux le mènera toujours, les autres obéiront comme un troupeau, les électeurs n’étant pas même contraints de savoir lire ; – c’est pourquoi, suivant Pécuchet, il y avait eu tant de fraudes dans l’élection présidentielle.

– “Aucune”, reprit Bouvard, “je crois plutôt à la sottise du peuple. Pense à tous ceux qui achètent la Revalescière, la pommade Dupuytren, l’eau des châtelaines, etc.! Ces nigauds forment la masse électorale, et nous subissons leur volonté. Pourquoi ne peut-on se faire avec des lapins trois mille livres de rentes ? C’est qu’une agglomération trop nombreuse est une cause de mort. – De même, par le fait seul de la foule, les germes de bêtise qu’elle contient se développent et il en résulte des effets incalculables.”

– “Ton scepticisme m’épouvante !” dit Pécuchet.

I Professori Universitari E Non Solo. (Da un mio vecchio articolo pubblicato all’interno del forum sulla stupidità del Daimon Club).

Nell’articolo di Giorgio Celli (uno dei pochi professori universitari abbastanza brillanti che l’Italia riesce ad esprimere) su Evaristo Galois, il Rimbuad della Matematica, vediamo come spesso la saccente e stupida arroganza di molti accademici non aiuti né il genio, né la ricerca, né l’equità. I professori universitari sono una delle varie caste privilegiate che esistono nel nostro paese e come hanno sostenuto sia F. Alberoni, sia altri scrittori non sono poi così meritevoli e degni dei posti che occupano; per non parlare poi della corruzione che vi è in questi ambienti e delle connivenze che esistono con il più nefasto potere politico, industriale e malavitoso.

Tuttavia alcuni sono dei bravi insegnanti e degli abili ricercatori, ma solo alcuni, mentre la maggior parte dei nostri docenti universitari non fa altro che sfruttare le menti più brillanti dei vari studenti, non disdegnando al tempo stesso di occuparsi delle loro varie, molteplici e lucrose attività extradidattiche, che nulla hanno a che fare con la professione per la quale lo stato li paga, e alla quale dedicano pochissimo del loro tempo, in media circa 350 ore all’anno.

Per questo all’interno delle nostre università troviamo un’allegra e spensierata combricola di figure che si dividono in maniera del tutto vantaggiosa il duro lavoro della ricerca e della docenza; abbiamo così i professori ordinari, i professori associati, i ricercatori, i tecnici laureati, i professori a contratto e chi più ne ha più ne metta e naturalmente molte volte accade che tutti questi mediocri personaggi cercano avidamente di conservare i loro atavici privilegi, senza dare al tempo stesso troppa importanza o troppo impegno a quello che dovrebbe invece essere il loro vero lavoro creativo, che del resto in pochi possono controllare e senza considerare con la dovuta attenzione il lavoro degli altri, molte volte più originale e brillante del loro. Per questo motivo assistiamo in Italia alla “fuga dei cervelli” e sempre per questo motivo in Italia non abbiamo grandi realtà di eccellenza nel settore universitario, il quale sfrutta la ricchezza del settore industriale per restare a mala pena a galla, e ne approfitta della mediocrità del settore editoriale per continuare indisturbatamente a divulgare stupidità, vanità, e tanta banale incapacità.

Università, ricercatori e professori
Università, ricercatori e professori

Come già sosteneva Giulio Preti abbiamo poi una grande divisione tra le due culture ed così che nella realtà quotidiana dei nostri atenei, per non parlare ovviamente delle nostre scuole superiori, ci troviamo difronte ad una vera e pericolosa massa di ignoranti. Ma a questo proposito sentiamo appunto il Preti cosa scriveva: ” Certo tutti conosciamo la stupida ignoranza scientifica di molti letterati – e dico “stupida”, perché quasi quasi se ne gloriano, ne fanno una civetteria, come se l’asinaggine potesse mai essere un pregio. Ma qui è ancora più deplorevole l’ignoranza scientifica… degli scienziati. La scienza moderna richiede, e quindi alleva, molti “proletari della ricerca” o savants bétes (come li chiama A. Huxléy sulla scia di V. Hugo): piccoli ricercatori senza cultura e senza luce, manovali della ricerca scientifica in laboratorio, le cui micro-ricerche si compongono poi nei grandi quadri scientifici che trascendono la loro intelligenza e la loro cultura.

Molti di loro riescono poi a salire in cattedra – ahimè: e, se pure possono educare qualcuno, educano soltanto degli altri manovali, che quando verrà il loro turno saliranno in cattedra. Fuori del loro “Istituto”, smettono di pensare, e ricadono immediatamente al livello di mentalità pre-logica delle loro mogli, madri e nonne. Per questo, proprio per mancanza di intelligenza, cultura e fantasia, sono spesso degli ottusi conservatori…”. In effetti la realtà negli ultimi decenni non è cambiata e così ci troviamo a mantenere una classe privilegiata di “ottusi conservatori” (Ribadisco il concetto) i quali contribuiscono spesso al mantenimento dell’imbecillità sociale e al consolidamento elettorale di una classe politica e imprenditoriale sempre più fessa ed ignorante che ci conduce a grandi passi verso il baratro più oscuro.

La cosa malsana è che questo stato di cose riguarda purtroppo anche la nostra salute, che non viene per niente tutelata dall’organizzazione viziosa delle nostre facoltà. Si dice infatti che i medici sono troppi, ed è vero, ma solo perché il servizio sanitario disegnato dagli intellettuali, e realizzato dalla politica, è una struttura oligarchica, autoreferenziale, iperburocratica, iperconsumistica, accentrata nelle università e negli ospedali. E così viviamo un’altro paradosso, infatti proprio grazie alla stupidità delle nostre organizzazioni, nel paese che vanta più medici per numero di abitanti d’Europa, per fare certi esami si deve aspettare talvolta anche un anno. Ma qui il discorso si dilungherebbe troppo.

Per fortuna non sono l’unico a considerare inadeguati i nostri pensatori ed i nostri docenti, infatti Alberto Arbasino giudica gli intellettuali dei “conformisti a 360 gradi” piuttosto che dei conservatori “illuminati”, Angelo Panebianco li considera conformisti e corporativi, mentre Guido Calogero li invita a convincersi che “la cattedra non è per i profeti e nemmeno per i demagoghi”. Ma purtroppo siamo in Italia e questo è quello che ci passa il convento! Ah dimenticavo, ammesso e non concesso che questi “manovali della cultura” siano degli intellettuali, compito assai gravoso che dividono comicamente con l’altra grande casta di intellettuali che abbiamo in Italia, vale a dire i “sicofanti del potere”, come li chiamava Russel, ovvero i nostri amati e divertenti giornalisti.

A questo punto però qualcuno si potrebbe chiedere almeno un paio di cose, e cioè come mai il sottoscritto abbia il dente così avvelenato nei confronti dei docenti universitari e secondo, come mai non ci sia alcun riferimento alla casta dei filosofi. Bene, cerchiamo subito di sciogliere qualsiasi forma di ragionevole dubbio e passiamo a soddisfare le richieste dei più curiosi. Alcuni anni fa scrissi una lettera ad un famoso accademico della mia città, nonché stimato professore di filosofia di un’università del nord, in cui gli chiedevo gentilmente di poter avere un breve colloquio durante il quale gli avrei presentato brevemente la mia vasta opera di aforismi ed i miei progetti. La risposta non si fece attendere troppo e con un certo stupore appresi che il gurù non aveva tempo e che poi non sarebbe stato nemmeno in grado di esprimere un giudizio su questo tipo di letteratura aforismatica; come a dire che per lui in pratica anche Wittgenstein o Nietzsche non erano altro che dei perfetti autori ma, ahimè, incomprensibili per il suo limitato genio. Nacque così la mia celebre e breve risposta che in sintesi suonava praticamente così: “Se Dante nel duecento ha persino messo dei Papi all’inferno, nel 2000 Carl William Brown può agevolmente mettere dei filosofi nel cesso.”

E così dopo aver dato delle eloquenti delucidazioni sui filosofi, passiamo quindi al successivo ed enigmatico quesito del dente avvelenato. Il tutto risale in parte alla mia carriera di studente universitario di varie facoltà umanistiche che mi ha lasciato moltissimi dubbi e moltissime certezze sulla reale e presunta incapacità di tanti docenti ed in parte alla mia esperienza di docente di scuola media superiore. Così per cercare di capirci qualcosa di più circa un anno fa su Internet ho aperto un forum sulla Teoria della Letteratura con l’intento di stimolare la collaborazione tra le due culture e la divulgazione di una visione olistica della realtà, nonché di fare anche un po’ di pubblicità alla mia vasta produzione letteraria.

Studiare all'università della stupidità
Studiare all’università della stupidità

Non privo di un certo entusiasmo ho dunque scritto a vari docenti universitari, a vari scrittori e ad alcuni giornalisti. Il risultato non è stato molto soddisfacente e comunque nessun docente mi ha risposto o ha inviato messaggi sul forum. A questo punto la mia delusione è stata abbastanza evidente ed il mio disappunto si è ulteriormente inasprito quando mi sono ricordato che un po’ di anni prima nessun editore aveva accettato di pubblicare i miei libri di aforismi, (In tutto più di 10.000 aforismi originali) e si sa, anche le case editrici non sono del tutto esenti dal fascino ambiguo del potere e dei professori universitari. Così è nata, un po’ per scherzo e un po’ per serietà, la vicenda del dente avvelenato e di conseguenza i forum sulla Teoria della letteratura e sulla stupidità all’interno del Daimon Club si sono via via arricchiti di nuovi articoli e di nuove informazioni.

In ogni caso l’ambiente universitario soffre anche di molti altri malanni. E vediamo brevemente di quali. Nelle facoltà scientifiche si assiste da vent’anni ad un calo inesorabile delle immatricolazioni, fatto dovuto evidentemente ad un’incapacità diffusa del sistema educativo, politico e sociale. Di questo passo infatti se non facciamo qualcosa, tra dieci anni diventeremo, ancora di più, utilizzatori di tecnologie sviluppate da altri. Il problema è dovuto anche al fatto che nelle scuole elementari, medie e e superiori non si da un giusto riconoscimento alle materie scientifiche, né tanto meno una giusta retribuzione alla professionalità dei docenti, che abbandonati a sé stessi, non investono nella ricerca, nell’aggiornamento, nell’ampliamento delle loro capacità. Un’altro grave problema della nostra condizione di santi, poeti e navigatori è che non solo la cultura scientifica non è diffusa tra la popolazione, ormai quasi completamente rimbecillita dai mass media, ma non lo è neanche tra chi occupa posti di potere e decide sulle sorti del nostro destino, sempre più nefasto ovviamente.

La prova concreta di questo stato di cose la possiamo trovare se analizziamo le immatricolazioni all’università nell’anno accademico 2001-2002, che sono state 331.228 così suddivise: 37.178 Ingegneria; 16.097 Geo-biologia; 9.796 Chimica; 12.611 Scienze; 255.606 altre. La composizione per iscritti ai corsi di laurea risulta così suddivisa: 12,1% ingegneria; 4,7% Architettura; 4,6% Medicina; 4,4% Geo-biologico; 3,4% Chimico-farmaceutico; 2,6% scientifico; 2,5% agrario; 14,2 Economico-statistico; 9,3 Politico-sociale; 17,5 Giuridico; 10,5 Letterario; 5,5% Linguistico; 5,0% Insegnamento; 3,4% psicologico; 0,3% Educazione fisica. Questa condizione si ripercuote anche sulla nostra vita sociale e sulla nostra salute, infatti per esempio in Italia è molto scarsa la “caccia” alle cause della malattia tumorale e vi è anche un impegno insufficiente alla prevenzione, inoltre nella ricerca sul cancro siamo gli ultimi in Europa e lavoriamo solo su cure scoperte all’estero.

Così negli ultimi cinque anni in Italia si sono svolte 228 ricerche cliniche in Oncologia, contro le 1474 del Regno Unito, le 508 della Francia e le 453 della Germania. Leggermente meglio le ricerche cliniche sull’Aids che in Italia, sempre negli ultimi 5 anni, sono state 35, contro le 135 del regno Unito, le 23 della Germania e le 36 della Francia. Certamente tutto questo è dovuto anche al fatto che in Italia gli investimenti per la ricerca sono molto limitati e bisogna aggiungere che in questi ultimi anni il sistema universitario è riuscito a non affondare solo grazie all’autonomia degli atenei e così malgrado la perenne carenza di risorse molte facoltà hanno visto crescere la loro competenza e la qualificazione del loro personale. In ogni caso c’è da specificare che per coprire il gap con il resto d’Europa, cioè far salire gli stanziamenti dallo 0,8 all’uno e due per cento del Pil servono 10 miliardi di euro, vale a dire un miliardo all’anno per dieci anni. In pratica siamo il fanalino di coda dell’Europa, dove solo la Grecia spende complessivamente meno di noi per la ricerca e la didattica.

Bene, arrivati a questo punto dobbiamo anche precisare che forse un po’ di colpa della non florida situazione Italiana sarà anche da imputare al personale di ruolo delle università che è di circa 108.000 persone, se consideriamo i docenti, i ricercatori e il personale tecnico amministrativo, senza contare tutti i vari professori a contratto. Per dovere di cronaca dobbiamo anche dire che gli stipendi al netto degli oneri dei professori ordinari dell’Università Italiana sono di 45.725 euro per i neonominati, destinati a diventare 91.095 euro dopo i trent’anni; per i professori associati sono invece di 34.610 euro per i neonominati, destinati a diventare 66.759 euro dopo i trent’anni; per i ricercatori neonominati sono di 19.416 euro che diventano 49.660 dopo i trent’anni. Vi è ancora da rilevare che dal 1994 al 2002 gli organici sono aumentati dell’11% mentre il costo del personale è aumentato del 74%.

Dunque dobbiamo ammettere che non siamo in presenza di personale sottopagato, se pensiamo poi a tutte le altre fonti di reddito che questi professionisti della cultura, della ricerca e dell’educazione si possono procacciare. Evidentemente allora ne dobbiamo dedurre che il sistema non gode di ottima salute e quindi dobbiamo anche ammettere che un po’ di critica non fa poi così male, soprattutto se è una critica che inviata al dialogo dialettico, persone che invece pensano solo a divulgare i propri pensieri, i propri scritti, le proprie teorie, senza ascoltare troppo i loro potenziali interlocutori. Ma terminiamo in bellezza e diamo a cesare quello che è di Cesare infatti sempre rispetto al 1994 il numero dei laureati è cresciuto del 60%, e poi, unico dato a favore dei docenti italiani, ricordiamo che il rapporto tra docenti e studenti è di 1 a 32 in Italia, mentre in Inghilterra è di 1 a 17, in Francia è di 1 a 18, in Germania è di 1 a 11 e in Spagna è di 1 a 17. Ed infine, come ciliegina sulla torta, lasciate che vi auguri “Buon Lavoro a Tutti”, come dice il nostro caro presidente, che tra le tante cose, purtroppo, a differenza di Costanzo, non è un Professore Universitario.

Potere e vecchie università
Potere e vecchie università

E ancora. Ne ha per tutti, il ministro Ortensio Zecchino: in primo luogo, si dichiara contrario ad alcuni storici “privilegi” dei docenti universitari, come la pensione molto ritardata (attraverso il meccanismo del “fuori ruolo”) o le troppe poche ore lavorative (350, meno della media europea); e poi prosegue accusando l’eccessivo “ipergarantismo” del sistema, che di fatto ha congelato il licenziamento per assenteismo reiterato. Ma non basta. Accettando di rispondere alle domande di Repubblica.it, a conclusione del forum “I professori devono lavorare di più”, il responsabile dell’Università, nel governo di Massimo D’Alema, annuncia anche alcune future riforme: ad esempio, l’introduzione della valutazione dei “prof” da parte degli studenti; o la creazione di meccanismi di controllo sull’attività didattica effettivamente svolta, pur escludendo il cartellino da timbrare. E quanto alle retribuzioni, Zecchino lascia poche speranze alla categoria: “Gli stipendi attuali sono adeguati – sostiene – ma bisogna dare incentivi solo a chi produce di più”.

DOCENTI UNIVERSITARI E CONCUSSIONE. (Un caso)

Premessa

Messaggio recuperato da un forum

E’ ora di dire basta a queste disuguaglianze !!!
Popolo dei prof. mobilitatevi !!!
Le università fanno contratti e ci insegna Costanzo (con tutto il rispetto, manca solo Laurenti) mentre i prof. di scuola sono contestati.
Basta con queste lobby e questi giochi di potere.
Gente svegliatevi e date una occhiata agli atenei!!!
I prof. arrivano quando vogliono e fanno ciò che vogliono.
A scuola invece non si sgarra.
APRITE GLI OCCHI!
W i PROF DI SCUOLA!!!
Grazie

Messaggio recuperato da un forum

‘sta storia dei dottorati, perfettamente corretti nella forma e truccati nella sostanza, perchè tanto all’orale quando esponi il tuo progetto il prof. è libero e sovrano di fare passare il suo cocco beh questa è una cosa che affratella tutti i prof. universitari i quali si comportano come una casta chiusa a riccio (e in questo caso comunisti o fascisti non importa, non è questione di colore ma di casta). Io dottorati per questi non ne faccio sono una gran presa per il sedere…comunque ora se sei disposta a pagare 2 o 3 milioni all’anno puoi fare quelli senza borsa..cioè se davvero ti serve per lavoro il titolo di dottorato, se no lascia perdere sono soldi buttati che tanto i prof. al corso di dottorato rimasticano le solite vecchie lezioni che fanno comunemente all’università.
della serie ora capite perché zeri, il più grande storico dell’arte italiano di questi ultimi hanni non ha mai avuto una cattedra in Italia…

Camerino, video hard in ateneo – il professore perde la cattedra

CAMERINO – E’ stretto nell’ascensore della Procura della Repubblica, ma sembra ancora in cattedra. “Voi giornalisti – dice severo – dovete praticare più attentamente la virtù della temperanza”. Per non essere bocciati, meglio consultare il Nuovo Zingarelli. “Temperanza – spiega il vocabolario – è la capacità di moderarsi nell’appagare i propri bisogni, istinti, desideri e appetiti”.

Non è male, il pulpito di Camerino dal quale arriva la predica. Il professor Ezio Capizzano, 66 anni, è stato infatti indagato per concussione, per avere esercitato la propria autorità al fine di ottenere favori sessuali. Ci sono film che lo ritraggono sul tappeto del suo ufficio, dentro all’ateneo, in compagnia di studentesse. La telecamera era nascosta sotto la scrivania. Lui, per ora, ha replicato da vero signore. “Può succedere che siano le studentesse a farsi avanti. Se un uomo capisce che una donna ci sta, e che si deve tirare indietro?”.

Tutto per “amore”, ovviamente. E per spiegare quali strani meccanismi scattino fra una studentessa e un professore, ha mostrato una foto di festa di laurea, con una ragazza che si appoggia a lui, maglia aderente e senza reggiseno. “E che vuol dire questo? Non è chiaro?”. Ancora non sa, il professore, che non potrà più rientrare nell’università.

Ieri pomeriggio si è riunito il Senato accademico, che già lo aveva sospeso. “Dalle sue dichiarazioni, non smentite – dice il magnifico rettore, Ignazio Buti – abbiamo appreso che questo docente ha compiuto atti sessuali dentro all’università, e con studentesse sue allieve. Sembra fra l’altro che oggetti come il videoregistratore e altro siano di proprietà dell’ateneo. Questa è davvero una grave lesione al prestigio che un docente deve tenere come il patrimonio più prezioso. Il Senato, che aveva concesso due anni di proroga al pensionamento dopo il compimento dei 65 anni, revoca tale autorizzazione e il professor Capizzano è da oggi fuori ruolo”.

Certo, l’ateneo di Camerino avrebbe preferito altra pubblicità. “Questo è il nostro 666esimo anno accademico – dice il rettore – e siamo pieni di storia. Il professor Capizzano? Ero già qui quando lui è arrivato nel 1971. Uno pieno di iniziative. Certo, si vociferava che fosse molto attratto dal gentil sesso, ma in tanti anni nessuna accusa concreta. Quando mi chiedevano referenze, riferivo di questa attrazione particolare e basta. Cosa potevo dire?”.

Piccola città, bastardo posto, canterebbe Guccini. Camerino ha 7.500 abitanti e 2.500 studenti residenti, e quasi nessuno ora può dire: io non sapevo nulla. Anche perché basta andare in piazza Cavour, dove ci sono il duomo e l’università, per sapere tutto. “Le studentesse a luci rosse? Guardi quella targa che ricorda Gregorio XIII. Tutto è iniziato poco dopo”. Ride, la ragazza e dice che l’unica novità, in tutta la vicenda, è la telecamera. “Si sapeva benissimo cosa volesse dire “andare in ufficio” dal professore. Non sapevo però che quello là si facesse anche i filmini”.
CAMERINO – Mette le mani avanti. “Io all’esame di diritto commerciale ho preso venti, ed era la terza volta che mi presentavo”. Le parole della ragazza che chiameremo Rossana confermano che questa è una storia da prendere con le molle, in ogni senso. “Il professore? Sapevamo tutti cosa voleva dire ‘andare in ufficio’ da lui. Del resto, ci provava ovunque, anche al bar. Ma tutte noi sapevamo che era un…”. Meglio non riferire nel dettaglio ciò che si ascolta fra la piazza e la Procura, dove tutte le ragazze – anche quelle sentite dagli inquirenti – dicono che “le altre” andavano “a letto con il professore, perché così era più facile”.

“D’altro canto – sospirano in paese – se una ragazza è maggiorenne e consenziente sa quel che fa e ha sempre le sue ragioni…”.

“A volte – dice Rossana – bastava una bella scollatura. Ti presentavi all’esame e c’era chi slacciava un bottone della camicetta. Veniva subito chiamata: la scollatura dava diritto di precedenza. Le gambe no, ininfluenti. Tanto, davanti alla cattedra, non si vedono”. Adesso nascono anche quelle che potrebbero essere leggende paesane. “Una che era in appartamento con me si è lamentata perché è stata ‘in ufficio’ e ha preso soltanto diciotto. Un’altra ragazza, invece, non riusciva a laurearsi da anni poi, all’improvviso, ha presentato la tesi. Cinque giorni prima di discuterla anziché con i 15 giorni d’anticipo previsti dall’università”.

“Comunque la prima cosa che ho imparato, appena arrivata a Camerino, è stata questa: non preoccuparti per l’esame di diritto. Se sei carina…”. “Altro che leggende”, quasi si arrabbia Rossana. “Una volta il professore mi ha guardato in faccia e mi ha detto: hai un brufolo, vuol dire che non fai abbastanza l’amore. Io avrei la ricetta, se vuoi venire in ufficio…”.

La storia era così conosciuta che tanti – spiega la ragazza – si facevano accompagnare. “Io avevo un appuntamento nello studio, e ci sono andata assieme al mio fidanzato. Altre ragazze si sono presentate con il papà, e lui si arrabbiava”.

Il professore era ammirato e anche temuto. “Davvero – dice un suo ex studente – conosceva tutti. Il suo corso è stato inaugurato dal ministro Enrico La Loggia, il 15 ottobre 2001. L’anno scorso si è presentato candidato per Democrazia Europea e presentava Andreotti ai suoi amici. Si sentiva onnipotente”.

 

Evaristo Galois
Istituzioni e stupidità
Professori universitari ultima modifica: 2020-11-13T17:28:45+00:00 da Carl William Brown