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Esperienza del dolore, una recensione

Esperienza del dolore, una recensione

Esperienza del dolore, una recensione
Esperienza del dolore, una recensione

Esperienza del dolore, una recensione. Un breve articolo di Carl William Brown che analizza globalmente il testo L’esperienza del dolore di Salvatore Natoli e ne mette in luce tutti i pregi e anche qualche mancanza.

Non si piange unicamente per il dolore come causa materiale, si piange il dolore di chi piange, ed in generale si piange il dolore come stato dolente dell’esistenza.
Salvatore Natoli

In ogni sofferenza, si riattualizza sempre una storia del dolore, che pesa sugli uomini come inconfutabile violenza, ma anche come ineliminabile eredità.
Salvatore Natoli

Infatti, al dolore naturale del morire, assegnato dal ciclo, si aggiunge quello che gli uomini architettano con l’espediente, nel tentavivo di sottrarsi agli effetti devastanti che la crudeltà della natura infligge alle singole individualità.
Salvatore Natoli

L’esperienza del dolore è uno dei testi più profondi e lucidi della filosofia italiana contemporanea dedicati al tema del patire. Natoli non tratta il dolore come un semplice fenomeno psicologico o medico, ma come una categoria essenziale dell’esistenza, un’esperienza originaria che rivela la struttura stessa dell’umano. 

La forza del libro consiste nel riuscire a combinare una fenomenologia acuta, ovvero una colta ed erudita analisi della tematica attraverso la Bibbia, la tragedia greca, e la filosofia classica e contemporanea e contemporaneamente un’analisi antropologica, il tutto attraverso una scrittura rigorosa, ma sempre capace di toccare emotivamente. Ma vediamo ora quali sono i principali pregi filosofici dell’opera.

Un recupero del dolore come esperienza conoscitiva. Natoli sostiene che il dolore non è solo qualcosa che si sopporta, ma qualcosa che rivela. Il dolore, dice, produce un tipo di conoscenza che non è riducibile a quella logica o concettuale: è una rivelazione per immedesimazione, una verità che si impone “dal di dentro”. Questo è uno dei contributi più forti del libro: il dolore trasforma la percezione del mondo, rompendo il ritmo della quotidianità e creando un’esperienza “cruciale”, in cui l’uomo è costretto a misurarsi con ciò che è essenziale. È una visione che richiama Heidegger, ma anche la tradizione tragica greca: il dolore come “ex-per-ientia”, come uscita forzata da ogni illusione.

Il dolore come fondamento dell’individualità. Un altro pregio concettuale decisivo è l’idea che il dolore individualizzi. L’essere umano diventa davvero individuo in ciò che nessuno può sostituire: il proprio dolore e la propria morte. Natoli traduce filosoficamente un’intuizione antica, ovvero nessuno può soffrire al mio posto. Da questo deriva un’importantissima idea etica: il dolore non è solo limite, ma è anche la forma più radicale di autenticità. Qui Natoli supera la filosofia del soggetto moderna, mostrando come il soggetto non è un dato, ma una rete di rapporti che si coagula soprattutto nel patire.

Una fenomenologia delle “maschere” del dolore. Natoli non si limita a descrivere il dolore, ma ne descrive le forme individuali e sociali in cui esso si manifesta. Le “maschere” del dolore sono: modi in cui l’individuo tenta di gestirlo; modi in cui la società lo riconosce, lo consolida, talvolta lo impone; modi in cui il dolore è tradito e rivelato insieme. Straordinaria, da un punto di vista antropologico, è l’idea che la maschera dissimula, ma è anche ciò che permette al dolore di diventare comunicabile. Senza maschere, dice Natoli, il dolore resterebbe muto, una pura violenza che isola. Con le maschere diventa linguaggio, cultura, rito.

Una visione ontologica del dolore: il dolore come “prova”. Il terzo capitolo è un vertice filosofico del libro. Natoli recupera il significato antico di βάσανος che è di origine orientale e, nel suo significato originario, vuol dire pietra, pietra di paragone, lapis lydius, e mostra che: il dolore non è solo qualcosa che si prova, è qualcosa che mette alla prova il senso del mondo. Infatti il dolore produce dei fondamentali quesiti metafisici, ovvero: Perché c’è il male? Perché soffriamo? Esiste una giustificazione dell’esistenza? E, soprattutto: La vita è degna, nonostante il dolore? È un’opera che restituisce alla filosofia la sua funzione originaria: non spiegare astrattamente, ma rispondere in modo pratico e preciso.

Radicamento nel patrimonio culturale occidentale. Un altro grande pregio del testo è la sua ricchezza di riferimenti e i suoi richiami culturali alla Bibbia (Giobbe, Salmi), alla tragedia greca (Filottete, Mimnermo), a varie correnti filosofiche (Stoicismo ed Epicureismo) e naturalmente a grandi filosofi come Kierkegaard, Freud e Heidegger. Natoli non usa questi autori ovviamente non per appesantire il discorso, ma per mostrare un punto chiave, ovvero ogni civiltà ha tentato di dare un senso al dolore. E la nostra, forse più delle altre, lo ha occultato dietro tecniche, farmaci, eufemismi. Il libro è quindi anche una critica del presente e un invito a non rimuovere ciò che ci rende umani.

Una scrittura rigorosa, lucida, ma profondamente umana. La prosa di Natoli ha un equilibrio raro, filosoficamente serrata, ma mai accademica, colta, ma limpida, profonda, ma non enfatica. L’autore parla del dolore senza sentimentalismi, senza compiacimento e di fatto possiamo dire che siamo in presenza di una filosofia che pensa con la sofferenza, non sulla sofferenza.

Un altro aspetto da sottolineare è che il libro conduce un’analisi filosofica e letteraria del dolore, ma non dedica spazio alla tematica della tradizione consolatoria della filosofia. Infatti pur ripercorrendo la tradizione occidentale, Natoli non sviluppa (o approfondisce solo marginalmente) uno dei filoni più classici della filosofia, vale a dire la filosofia come medicina dell’anima, come arte del consolare. E questa è una scelta precisa, non una svista.

L’antica tradizione della consolazione è centrale nella storia della filosofia, Da Platone a Epicuro, da Seneca a Boezio, da Montaigne a Schopenhauer, da Nietzsche a Hadot, la filosofia ha spesso avuto la funzione di aiutare l’uomo a “reggere” il dolore, spiegare il senso della sofferenza, offrire strategie interiori (atarassia, esercizi spirituali, amor fati, ascesi) e proporre una terapia dell’anima. È ciò che Pierre Hadot chiamava praxis filosofica, non semplice teoria.

Nella tradizione consolatoria, il dolore non è solo analizzato, ma è apertamente affrontato. Tuttavia Natoli preferisce una filosofia “diagnostica”, non “terapeutica”. Il suo approccio è di tipo descrittivo, fenomenologico, analitico e antropologico. L’autore non vuole risolvere il problema del dolore, né consolare chi soffre, ma vuole altresì mostrarne la verità: come accade, come struttura, come svela. In questo senso, egli rimane fedele a una linea moderna (post-hegeliana e post-heideggeriana) per cui la filosofia non consola, ma svela, non lenisce, ma chiarisce, non cura, ma espone al vero.

È una filosofia “realista”, potremmo dire, che diffida della consolazione perché la vede come un “velo”, una maschera ulteriore. Natoli non sviluppa una teoria della consolazione per almeno tre motivi impliciti nella sua visione, ovvero il dolore è ineludibile: non si supera, si attraversa, esattamente il contrario dell’ottica terapeutica di molte filosofie antiche. Inoltre la consolazione, come “risposta”, rischia di diventare ideologia e Natoli vuole evitare ogni giustificazione metafisica del male, che considera sospetta o illusoria. Il suo interesse è più antropologico che terapeutico. Egli studia come gli uomini vivono e rappresentano il dolore, ma non come cercano di liberarsene. Per questo non entra nella tradizione consolatoria (stoica, epicurea, cristiana, neoplatonica), se non per cenni laterali.

In effetti Natoli spiega perché e come soffriamo, ma non si chiede che cosa possiamo fare del dolore. Pertanto a questo punto ci si accorge che manca una parte essenziale della storia del pensiero, vale a dire come il dolore è stato affrontato, e non solo compreso. Si tratta di un’assenza che può essere metodologica, o evidenziare un limite del progetto, o più probabilmente entrambe le cose. Natoli lascia volutamente il dolore “aperto”, un’esperienza che isola, che chiude, che anticipa la morte, che ci rivela l’ineluttabile, ma non indica alcuna via d’uscita. La sua filosofia è una filosofia senza salvezza, senza metafisica del bene, senza catarsi ed è, per molti versi, più vicina a Cioran che a Seneca; più vicina a Heidegger che a Epicuro.

In ogni caso L’esperienza del dolore è un testo prezioso perché riesce a fare ciò che la filosofia dovrebbe fare: dare forma all’informe, dare parola al muto, dare senso a ciò che sembra solo distruttivo, e così l’autore restituisce al dolore la sua intima e triste dignità. Natoli non lo giustifica, non lo idealizza, ma lo riconosce come parte costitutiva della condizione umana. Per concludere possiamo dire che è un libro che non consola, ma illumina questa strada molto oscura, ed è questa la sua forza più profonda.

L’esperienza del dolore di Salvatore Natoli Feltrinelli Editore

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