
Dolore, forza, arte, morale, religione, ordine, tecnica e giusta misura. Un breve saggio che delinea la fragilità della morale nelle moderne società occidentali, partendo da un’analisi sulla tematica del dolore.
Infatti, al dolore naturale del morire, assegnato dal ciclo, si aggiunge quello che gli uomini architettano con l’espediente, nel tentavivo di sottrarsi agli effetti devastanti che la crudeltà della natura infligge alle singole individualità.
Salvatore Natoli
Viviamo in uno stupido mondo ridondante di imbecillità, dove tutti si impegnano a fondo per renderlo sempre più miserabile.
Carl William Brown
We are all islands shouting lies to each other across seas of misunderstanding.
Rudyard Kipling
Most of the trouble in the world is caused by people wanting to be important.
Thomas Eliot
Celui qui serait sage n’aurait pas de fou; celui qui a un fou n’est pas sage; s’il n’est pas sage, il est fou; et peut-être, fût-il roi, le fou de son fou.
Diderot
L’histoire ne vous fournit que des exemples de paix violées, de guerres injustes et cruelles, des champs dévastés de villes réduites en cendres.
Diderot
Aretè Parola greca (ἀρετή) che in origine significava la capacità di qualsiasi cosa, animale o persona di assolvere bene il proprio compito: così c’è un’a. dell’arco, un’a. del cavallo ecc. Di qui il successivo accostamento al tema semantico del latino virtus (questa infatti non è che l’aretè del vir, la bravura dell’‘eroe’) per designare il valore spirituale e la bravura morale dell’uomo.
Enciclopedia Treccani
Come ho scritto nella mia recensione del libro L’esperienza del dolore di Salvatore Natoli, questo è uno dei testi più profondi e lucidi della filosofia italiana contemporanea dedicati al tema del patire, ma non solo. Natoli non tratta il dolore come un semplice fenomeno psicologico o medico, ma come una categoria essenziale dell’esistenza, un’esperienza originaria che rivela la struttura stessa dell’umano e mette inoltre in risalto una questione fondamentale legata alla morale che si è sviluppata nelle nostre società occidentali, partendo dal periodo greco.
La forza del libro consiste nel riuscire a combinare una fenomenologia acuta, ovvero una colta ed erudita analisi della tematica attraverso la Bibbia, la tragedia greca, e la filosofia classica e contemporanea e allo stesso tempo un’analisi antropologica, il tutto attraverso una scrittura rigorosa, ma sempre capace di toccare emotivamente. Ma vediamo ora il punto cruciale che mi ha colpito di più, in quanto proprio legato alla misera natura dell’umanità.
Nel secondo capitolo dal titolo La metafisica del tragico e precisamente nella sezione quarta che tratta delle provvidenze dell’arte e delle risorse della virtù, l’autore scrive: “Il concetto greco di aretè nella sua forma originaria significa virtus come capacità di eccellere, di essere il migliore. Ciò comporta una situazione di scontro e di confronto, soprattutto con avversari forti o nemici. Proprio per questo l’aretè, nella sua forma aurorale, è direttamente implicata con la guerra e, in larga parte, viene a coincidere con le capacità guerriere… La capacità di dominare il caso, di imprimere alla contingenza una svolta positiva è tanto virtù quanto vincere in guerra o trionfare sul nemico. L’aretè prima ancora di formularsi come categoria etica è nozione dinamica e, nella specie, contraddistingue quella dýnamis, forza singolare che è quella di emergere dalla difficoltà grazie alla propria capacità di reazione, di adattamento, di invenzione congetturale e strategica…”
Natoli argutamente continua con la sua analisi scrivendo: “L’aretè è eccellenza, perché è, in primo grado, realizzazione. Realizzare vuol dire vincere il nemico, dominare la natura, trarsi fuori dalle difficoltà. In questa prospettiva, è segno di virtù essere indomiti dinanzi al dolore, attivi contro di esso… e l’aretè non può essere che eccellenza in questo senso. In ciò la pienezza del merito. Non è importante il modo in cui la cosa è conquistata, ma la conquista come tale in quanto azione riuscita. Non si può togliere valore al risultato, recriminando sulle modalità con cui lo si è raggiunto. La vittoria emerge dal confronto e non è concepibile fuori di esso: non esistono quindi statuti preliminari o norme preventive. L’illecito non invalida l’esito. Non bisogna rimuovere le radici crudeli da cui poi scaturirà la stipulazione dell’agire virtuoso. Tenere allo scoperto queste radici significa evidenziare la situazione di pericolo in cui originariamente si formula la virtù, e vedere perciò la connessione stretta tra essere virtuosi e soffrire…”
E ancora: “Soffrire nel senso di infliggere e subire la sofferenza in relazione al contesto. Lo stato di difficoltà incentiva la risposta e produce aretè, ma non è a priori deciso su chi la difficoltà debba pesare. Nessuno ab origine se la merita: chi decide dunque la distribuzione equa dell’onere? A questo punto il problema della virtù si collega direttamente con quello della misura, il principio di realizzazione con la garanzia delle condizioni di realizzabilità e perciò con le leggi di proporzione. Senza la misura ogni qualità (aretè) degenera, e quindi tutte possono essere sprecate. Da qui il dilagare del male. Il principio di realizzazione tende quindi a comporsi con quello di ordine, e l’ordine è da considerare come entità autosussistente e oggettiva.”
Dunque proseguendo leggiamo che: “Virtuoso è dunque chi attraverso la sua azione porta a compimento quanto è insito nelle cose, e così realizza l’oggettività dell’ordine. La capacità di realizzare, che caratterizza l’aretè delle origini, in una società meno conflittuale e più ordinata si trasforma in categoria etica, in principio della retta coscienza e della responsabilità morale: nel governo di sé e degli altri. Minore è il pericolo più agevole è la virtù; più alto è l’accordo su ciò che è bene e ciò che è male più efficace la difesa dai nemici e dal volto nemico della natura stessa… Tutte le morali, nel loro fondo, si riannodano al problema della sofferenza. Il sistema delle morali, e quindi la logica stessa del retto agire, si costruiscono nella triangolazione di male, colpa, pena. Ai vertici di questo triangolo si rinviene sempre la sofferenza, vuoi come oggettività del male in senso fisico-naturale, vuoi come male morale matrice di nuovi dolori, vuoi come pena in cui si espia il male compiuto. L’oggettività del male origina la colpa ma non la giustifica; la pena punisce la colpa, ma non reintegra
quanto il male ha distrutto.”
Troviamo quindi in queste riflessioni l’origine stessa dell’arte e della morale, ma che devono essere improntate ad una giusta misura, altro concetto tipico della filosofia greca antica, viceversa il tutto può sfociare in una condizione sempre più ingiusta, crudele e dolorosa. L’autore spiega infatti che: “Nella virtù risplende la bontà della natura quale capacità correttiva della sua stessa crudeltà, attraverso le maglie artificiali dell’invenzione e dell’ordine. Il bene e il male, come categorie della morale, non sono nozioni discontinue dall’utile. Ed è utile per eccellenza ciò che abbisogna per vivere e ciò che nelle difficoltà bisogna rinvenire… Le provvidenze dell’arte e le risorse della virtù si debbono quindi interpretare come dispositivi pratici ed elaborazioni teoriche attraverso cui l’umanità storica ha cercato di far fronte al dolore in tutte le sue determinazioni, dalla fisicità del male alle volontarie iniquità della specie. Diverse sono le modalità attraverso cui la genialità della specie replica alla sofferenza, e si tempra in essa…”
Natoli passa infine alla tecnica: “La techne è l’altra risposta dell’uomo al dolore: essa è l’artificio che domina il caso indovinandone il possibile percorso e anticipandone, in certo senso, la venuta. La techne nasce come espediente, ma allarga il suo principio e si fa sguardo attento alle molte vie dell’esperienza: in tal modo, tenta di anticipare i mali o di approntare utili rimedi per quelli che si è costretti a subire… Nello sforzo di creare, infine, l’uomo si fa più forte ed attinge la sua aretè. Ma con l’accrescimento della forza cresce il pericolo, e la virtù, insidiata dalla tracotanza, gioca le sue estreme possibilità sul crinale della catastrofe. Da essa la specie riprende il suo corso e la vita invincibile e felice ripercorre le eterne vie del dolore…”
Concludendo quanto espresso in questo sottocapitolo il filosofo scrive: “La felicità del tutto, infatti, non riesce a far tacere il dolore. Meno che mai lo possono l’arte che consola, la tecnica che produce, la virtù che amministra. La metis dei greci ha insegnato agli uomini a tessere reti che trattengano il movimento invasivo della sofferenza, senza tuttavia eliminarla… Nulla è sufficiente a sottrarre l’individuo al confronto tragico con il suo limite. La consolazione non è sufficiente a distogliere dal dolore, la tecnica è tarda rispetto alle esigenze dei singoli, tutti vincolati al loro momento, la virtù può al meglio consentire una buona morte, non può farla accettare. Casomai, spinge l’uomo ad invocare la fine quando tutti i giochi dell’esistenza, per il singolo, paiono giocati. Che resta allora all’uomo? Il lamento e, finché questo può esser trattenuto, il pudore…”
Il nocciolo della tematica implica dunque le seguenti entità: Dolore, forza, conflitto, virtù, arte, tecnica, ordine e morale, ma quello che emerge anche chiaramente è che nelle nostre società la forza e l’iniziativa, anche se ingiusta e non conforme alle leggi, sono spesso più valutate del comportamento etico, e per questa ragione il dolore invece di essere mitigato, ne viene accresciuto. La morale infatti nasce tardi, mentre la forza e la capacità di “realizzare” (aretè) sono iscritte nella struttura originaria della vita umana. Prima della legge, prima dell’etica, l’uomo greco, e l’uomo in generale, abita un mondo insicuro, pieno di minacce, in cui sopravvivere significa reagire, inventare, dominare il caso.
Sopravvivere è dunque la prima virtù. Natoli mostra che l’aretè originaria non è “essere buoni”, ma essere in grado di farcela, di emergere dal dolore e dalla contingenza. Per questo, nei contesti arcaici o instabili, vengono celebrate la forza, l’ingegno, il coraggio, e l’iniziativa. Non importa se l’azione è giusta o ingiusta: importa che abbia funzionato. L’ascendenza è Omerica: Achille è grande perché vince, non perché è morale. Questa impostazione precede e fonda la morale stessa. In un mondo dominato dal dolore, è naturale che il valore primario sia ciò che permette di sopravvivere al dolore. E questa impostazione in realtà è ancora quella che caratterizza il mondo moderno, dominato dalla forza, dalla furbizia, dalla corruzione e dalle ingiustizie.
Come ben sottolinea Natoli: nell’aretè arcaica l’esito conta più dell’intenzione. Vincere, uscirne vivi, dominare la natura, decidere il proprio destino: questi sono i primi criteri di valore. La morale, con le sue categorie di giusto/ingiusto, appare molto più tardi, quando le società si stabilizzano. Ma la memoria culturale dell’aretè, cioè dell’efficacia, rimane. Ecco perché ancora oggi, anche se abbiamo leggi, costituzioni e sistemi etici formalizzati, molte società continuano a premiare l’efficacia, anche se immorale: chi “fa”, chi “vince”, chi “incide”, chi “rompe gli schemi”, chi si impone con forza. È un retaggio antropologico profondo: l’ordine morale è sempre una sovrastruttura, mentre l’istinto di sopravvivenza, e dunque l’ammirazione per chi sopravvive meglio, è primario.
Per Natoli, il dolore non è un incidente: è la struttura stessa dell’esistenza. Il mondo è tragico e l’uomo è fragile; per questo chi è forte viene visto come un modello di sicurezza, chi domina il dolore appare più “uomo”, chi non vacilla diventa esemplare. Se la vita è per sua natura una “tessitura di dolore”, la forza diventa la qualità più desiderabile, più rassicurante, più imitata. Questo meccanismo continua a operare anche nelle società contemporanee: la figura del leader forte, anche ingiusto, appare spesso più seducente della figura moralmente integra ma incerta, esitante, fragile. Risulta facile grazie a queste considerazioni capire dunque il perché i dittatori dei sistemi totalitari ed autocratici, come potrebbe essere il russo Putrid, riscontrano un notevole favore di pubblico, soprattutto tra quelle persone che non conoscono a fondo i difetti di questi sistemi sociali.
La morale dunque nasce come limite alla forza, non come suo fondamento. Nel testo, si vede bene come la misura (la sophrosyne, l’ordine, la legge) entri dopo per contenere l’aretè e impedire che degeneri in hybris, ovvero quella che presso gli antichi Greci era l’orgogliosa tracotanza che portava l’uomo a presumere della propria potenza e fortuna e a ribellarsi contro l’ordine costituito, sia divino che umano, immancabilmente però seguita dalla vendetta o punizione divina. Ma la radice pertanto resta in ogni caso la forza. Questo significa che: la morale è un correttivo, non un istinto primario; richiede stabilità sociale e tempo lungo per affermarsi; è sempre in competizione con la fascinazione per l’efficacia. Da qui nasce proprio la tensione tra forza che realizza e morale che limita; per questa ragione molte società preferiscono la prima perché appare più utile, più immediata, più legata alla sopravvivenza e al successo.
Concludendo questa prima parte possiamo quindi dire che ciò che è utile spesso prevale su ciò che è giusto. In fondo, quello che Natoli mostra è che la morale è un lusso della sicurezza, ma la forza è una necessità del bisogno. Quando prevale la percezione del rischio, della crisi, dell’insicurezza (che oggi è di nuovo molto diffusa), le società tornano a valorizzare ciò che anticamente era l’aretè: azione, decisione, iniziativa, anche se moralmente discutibili. Il prestigio sociale della forza deriva infatti dalla sua origine antropologica, mentre la morale richiede condizioni più stabili e viene spesso sacrificata davanti al fascino di ciò che “funziona” e protegge dal dolore.
Passando alla seconda parte di questo breve saggio analizzerò in breve la situazione che si è determinata nella nostra società occidentale, soprattutto a causa della nostra religione cattolica. Il cristianesimo infatti, soprattutto nei Vangeli, compie davvero un rovesciamento rispetto all’aretè greca, ovvero: non vince chi è forte, ma chi è mite; non è virtuoso chi trionfa, ma chi perdona; la sofferenza non è da dominare, ma da assumere; il potere non si celebra, ma si sospetta. In questo senso, il cristianesimo è una “morale del limite” molto più radicale di quella greca. Dove l’aretè è affermazione, la caritas è rinuncia. Questo modello ha plasmato per secoli le società occidentali, sviluppando moderazione, senso di colpa, autocritica, diffidenza verso la forza, e soprattutto la centralità dell’individuo.
Tuttavia, come hanno già notato anche Weber, MacIntyre e Girard, questo moralismo senza una morale forte, ha via via perso la sua struttura spirituale. Come diceva anche Gandhi: “L’uomo si distrugge con la politica senza princìpi, col piacere senza la coscienza, con la ricchezza senza lavoro, con la conoscenza senza carattere, con gli affari senza morale, con la scienza senza umanità, con la fede senza sacrifici.” Il risultato pratico è che si predicano valori astratti, ma senza radici (tolleranza, diritti, inclusione); si evitano i conflitti; si demonizza l’uso della forza politica; si ha paura di affermare identità forti o limiti culturali; si coltiva un senso permanente di colpa (colonialismo, privilegi, storia). È ciò che Nietzsche chiamava “moralità degli schiavi” senza Dio: una morale che frena, ma non sostiene; ammonisce, ma non costruisce.
Da aggiungere inoltre che la vecchia morale cristiana, che era teologicamente solida, oggi sopravvive solo in forma umanitaria e sentimentale, cioè con una compassione senza disciplina, con dell’accoglienza senza criterio, con il perdono senza responsabilità, con un universalismo senza identità. Questo produce principalmente due effetti, ovvero da un lato l’incapacità di esercitare il conflitto, in quanto non si ha più un concetto positivo di forza, che viene vista solo come violenza o come abuso e dall’altra parte si incrementa l’incapacità di difendere il proprio ordine sociale, infatti se tutto vale, se “tutti hanno ragione”, se ogni identità è uguale a un’altra, allora non esiste più nulla per cui valga la pena opporsi. In effetti le società diventano fragili non per bontà, ma per un eccessivo relativismo.
Allargando il discorso ad altre religioni possiamo notare che benché non esista una “islamizzazione dilagante” come fatto oggettivo globale, esiste però la percezione in alcuni contesti europei che l’Islam mantenga una morale forte, comunitaria e identitaria, infatti i credenti musulmani possiedono un senso di appartenenza più determinato e di fatto le comunità islamiche non sono soggette allo stesso relativismo occidentale. L’Islam, almeno nelle sue forme tradizionali, non ha vissuto una secolarizzazione radicale ed ha ancora al suo interno un certo ordine, una disciplina, un senso del limite, una comunità coesa e una forte identità simbolica. Perciò è naturale che culture con identità più compatte risultino più visibili e più assertive in società che hanno identità più fluide. Non è una questione di “forza contro debolezza”, ma di piena coscienza culturale contro auto-relativizzazione.
Lo stesso avviene con altre realtà politiche, economiche e sociali, come ad esempio in Cina e in Russia, solo per citare gli esempi più macroscopici. In Cina abbiamo uno stato forte con un’identità culturale millenaria e una morale confuciana colletivista, non vi sono sensi di colpa da imputare alla storia del paese, e vi è una visione gerarchica del mondo con un controllo centrale dell’immigrazione e della sfera religiosa. La Cina infatti non è costruita sul modello cristiano della cura del debole, ma su quello del dovere e dell’armonia. Anche in Russia del resto abbiamo un’identità ortodossa nazionalizzata con una forte enfasi sul sacrificio e sulla comunità; lo stato centrale è molto presente, vi è un minor senso di colpa storicamente strutturato e vige nella società una vasta ideologia anti-occidentale che funziona come collante, perciò la Russia non vive “la crisi della morale cristiana occidentale” perché ha un cristianesimo diverso, più comunitario, più tragico, meno universalista.
Volendo ora, per concludere, tracciare una brevissima sintesi finale di tutto quanto abbiamo detto, possiamo dire che le società occidentali hanno conservato la parte debole della morale cristiana (la compassione) e perso la parte forte (l’ordine, il limite, il sacrificio). E ogni morale senza ordine e disciplina diventa fragile, instabile e piuttosto pericolosa.
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