La filosofia di Platone

La filosofia di Platone

La filosofia di Platone
La filosofia di Platone

La filosofia di Platone, un breve saggio che analizza in maniera sintetica, ma completa, tutti gli aspetti dell’originale pensiero del grande filosofo greco.

L’antico filosofo greco che con Socrate e Aristotele ha gettato le basi filosofiche della cultura occidentale. Basandosi sulla vita e sul pensiero di Socrate, Platone sviluppò un sistema filosofico molto originale e profondo. Il suo pensiero ha aspetti logici, epistemologici e metafisici, ma la sua motivazione di fondo è etica. A volte si basa su congetture e miti, e occasionalmente ha un tono mistico. Tuttavia Platone è un razionalista, devoto alla proposizione che la ragione deve essere seguita ovunque essa conduca. Quindi possiamo affermare che il nucleo della filosofia Platonica è un’etica razionalista.
Carl William Brown

Io ho infatti la ferma convinzione che, come Reinach afferma, Platone sia il “più grande filosofo in assoluto” comparso sulla terra, e che il compito di chi lo vuole comprendere e fare comprendere agli altri, pur avvicinandosi sempre di più alla Verità, non può mai avere fine.
Giovanni Reale, Platone. Alla ricerca della sapienza segreta.

Socrate diceva che il compito dell’uomo è la cura dell’anima: la psicoterapia, potremmo dire. Che poi oggi l’anima venga interpretata in un altro senso, questo è relativamente importante. Socrate per esempio non si pronunciava sull’immortalità dell’anima, perché non aveva ancora gli elementi per farlo, elementi che solo con Platone emergeranno. Ma, nonostante più di duemila anni, ancora oggi si pensa che l’essenza dell’uomo sia la psyché. Molti, sbagliando, ritengono che il concetto di anima sia una creazione cristiana: è sbagliatissimo. Per certi aspetti il concetto di anima e di immortalità dell’anima è contrario alla dottrina cristiana, che parla invece di risurrezione dei corpi. Che poi i primi pensatori della Patristica abbiano utilizzato categorie filosofiche greche, e che quindi l’apparato concettuale del cristianesimo sia in parte ellenizzante, non deve far dimenticare che il concetto di psyché è una grandiosa creazione dei greci. L’Occidente viene da qui.
Giovanni Reale, Storia della filosofia antica.

Una felice coincidenza fa sì che, nel breve corso di un secolo (469-325 a.C.), si trovino accomunati in un rapporto maestro-discepoli i massimi rappresentanti della filosofia greca: Socrate, Platone e Aristotele, i fondatori dell’autentica filosofia. Ma la loro presenza nella storia del pensiero è collegata ad un periodo critico per la Grecia, e di inarrestabile decadenza per Atene. Con la progressiva dissoluzione della polis, tutto un mondo di civiltà, libere ed elevate manifestazioni di pensiero crollano, lasciando il posto ad un corrosivo particolarismo, rovinoso per Sparta e Tebe, ma in particolar modo per Atene. È incombente la dominazione macedone che, spegnendo ogni caratteristica propria della cultura e dei sistemi politici greci, li annullerà nella centralizzazione della forma imperiale.

Le ripercussioni sono notevoli su tutti gli aspetti del pensiero. Timori, consigli di prudenza, assenteismo individualistico, fanno tacere lo spirito di universale indipendenza della vera cultura, che viene influenzata dalle irose polemiche di Isocrate e Demostene. Unica luce resta quella che deriva dai grandi sistemi filosofici con cui Platone ed Aristotele additeranno nuove mete e proporranno problemi alle generazioni future. Ma, mentre Platone di fronte alla tragedia della città cerca conforto e oblio in una visione idealistica e utopista, Aristotele, che appartiene alla generazione successiva, si dedicherà a problemi concreti, abbandonando la astratta contemplazione dell’ideale, per stabilire un rapporto reale fra idea e realtà storica del momento

Platone nacque ad Atene nel 428 a.C. da una nobile famiglia discendente da Solone, entrò in contatto, appena ventenne, con Socrate di cui subì il fascino e l’impronta educativa. Studiò anche i filosofi naturalisti, in particolare gli eleati. La morte di Socrate e il bisogno di sfuggire alle persecuzioni che potevano colpire i seguaci, lo spinsero a lunghi viaggi, fecondi di contatti con centri filosofici a Megara, Cirene e in Magna Grecia. Avendo progettato un modello di Stato ideale, volle attuarlo a Siracusa col concorso del tiranno Dionigi: ma questi, divenutogli ostile, lo fece vendere come schiavo. Riscattato da un amico rientrò in Atene nel 387 fondandovi la sua scuola: l’Accademia. Tranne due brevi periodi in cui ritornò a Siracusa per ritentare l’attuazione del suo progetto, rimase sempre in Atene dedicandosi attivamente all’insegnamento fino alla morte, che lo colse ottantenne nel 347 a.C.

Copiosissima è la sua produzione, intenzionalmente stesa per la maggior parte in forma dialogata per la comprensione di tutti. In base agli argomenti trattati ed alla evoluzione progressiva del suo pensiero, solitamente viene distinta in quattro gruppi: 1) Periodo socratico (vi domina la figura di Socrate) con Apologia di Socrate, Critone, Protagora, Eutifrone, Jone, Lachete. 2) Dialoghi antisofistici, con Gorgia, Menone, Ippia Maggiore, Ippia Minore, Cratilo (vi si delinea, pure attribuita a Socrate come protagonista, la prima impostazione originale del pensiero platonico). 3) Dialoghi sistematici, con Fedone, Convito, Fedro, i X libri della Repubblica (la fase dei massimi dialoghi, in cui la filosofia di Platone si svolge ampiamente). 4) Dialoghi della tarda maturità (il pensiero antecedente viene sottoposto a critiche e revisioni, la figura di Socrate perde rilievo): Teeteto, Parmenide, il Sofista, Timeo, le Leggi. Le opere platoniche assurgono spesso ad elevate forme di poesia e parlano alla immaginazione dei lettori anche attraverso i miti suggestivi con cui l’autore simboleggia il proprio pensiero. Ricordiamo la biga alata, la caverna e, nobilissimo, quello di Eros nel Convito.

La filosofia di Platone
La filosofia di Platone

Platone è il primo filosofo che, affrontando i vari problemi, volta a volta impostati dai singoli pensatori antecedenti, sente l’esigenza di unificare le soluzioni in un sistema, cioè in una concezione organica gravitante intorno a una idea centrale. I suoi interessi, prevalentemente etici e religiosi, si concentrano in una visione generale del mondo e della vita umana in cui tutte le soluzioni particolari trovano posto e si inquadrano.

L’ammirazione per il suo maestro gli infonde l’impegno di proseguirne la missione, continuando su più vasta scala l’opera che Socrate aveva iniziata sui singoli. Anch’egli intende comunicare un messaggio di fede e convincere gli uomini a superare i limiti della materialità, per aspirare ai valori ideali di un mondo superiore e perfetto, nella cui esistenza fermamente crede. Principio fondamentale di tutto il suo pensiero è la diversità sostanziale che pone fra la realtà materiale, fallace e caduca di cui sensibilmente abbiamo solo nozioni soggettive, e la vera realtà eterna e universale in cui sono le essenze delle cose. Due prospettive, due mondi fra i quali l’uomo è in eterno conflitto: il mondo del corporeo sensibile e il mondo ideale dell’intelligibile. Socrate aveva già dimostrato che, al di là delle opinioni individuali, esistono valori essenziali, verità astratte e universali, nel mutevole che ci circonda.

Ma non aveva chiarito se tali essenze, in quanto vere, potessero avere una loro realtà, cioè esistere veramente. Platone, guidato anche dai suoi profondi studi matematici, si pone tale quesito e ne cerca la soluzione. Quando noi ci serviamo di concetti riferentisi a cose materiali (albero, cane) possiamo sempre pensare che essi siano astrazioni che compiamo eliminando i caratteri particolari delle singole realtà; ma quando consideriamo un cerchio, ci rendiamo conto di riconoscerlo proprio perché in noi c’è un antecedente concetto di cerchio perfetto, a cui nella realtà nessun oggetto corrisponde. Così dicasi del bene e della giustizia, concetti in base ai quali valutiamo i singoli atti umani che non si adegueranno mai perfettamente ai modelli presenti nella nostra mente. Abbiamo dunque due modi del tutto diversi di sapere e di conoscere che escludono una diretta derivazione l’uno all’altro.

Esisteranno delle essenze che solo il pensiero può comprendere, perché immateriali, come immateriale è il pensiero. In quanto tali, Platone le definisce Idee. Le idee rappresentano l’essenza l’essere indistruttibile (che già Parmenide aveva intuito con la formula: essere e pensare sono la stessa cosa), quindi sono entità reali, anche se la loro esistenza non è nel nostro mondo. Gli universali assumono così un carattere ontologico-metafisico, non soltanto logico e conoscitivo come per Socrate. Sarà questo il mondo delle Idee, in cui stanno, per così dire, i modelli eterni, perfetti e incorruttibili di ogni realtà sensibile che noi conosciamo. Platone lo definisce Iperuranio (greco = sopra il cielo). Caratteri opposti presenta il mondo corporeo, detto da Platone Oratòs (greco = visibile), imperfetto perché costituito di materia originaria (anche Platone, come tutti i greci, esclude il concetto ebraico-cristiano di creazione dal nulla) mutevole, ognora fluente, partecipe dei caratteri del divenire eracliteo.

Il problema aperto dai presocratici intorno all’essere e al divenire, trova una risposta in Platone che meglio giustifica e concilia le soluzioni: l’essere è costituito dal mondo delle idee, il divenire dalla realtà corruttibile delle cose. Ma tale soluzione non chiude la serie degli interrogativi. Platone dovrà ora stabilire: a) il rapporto esistente fra i due mondi; b) l’origine di entrambi; c) la posizione dell’uomo e la genesi del suo conoscere. Se la realtà sensibile riproduce le forme eterne delle essenze ideali, un rapporto dovrà esistere fra i due mondi. Platone incontra molte difficoltà nel giustificare tale rapporto, proprio perché aveva stabilito antecedentemente un netto dualismo fra essi. Nelle varie fasi del suo pensiero ricorre a diverse soluzioni, anche per giustificare come le idee, principio di immobilità, e statiche esse stesse, potessero costituire principio di mobilità e di divenire.

Le soluzioni sono:
a) Metessi (greco = partecipazione). Le cose sono partecipi delle essenze ideali; accolgono in sé, limitandole con la materialità, le forme eterne, immobili e trascendenti che, per così dire, tralucono nelle cose particolari.
b) c) Coinonia e parusia (greco = comunione e presenza). C’è quasi una mescolanza fra le cose e le idee, che si fanno presenti nelle realtà materiali; ma trovano nella materia un limite alla loro perfezione. Entrambe le soluzioni, infatti, implicano una degradazione delle idee, contraddittoria con la loro perfezione.
d) Il Demiurgo. Si rende necessaria una mediazione fra i due mondi e Platone ricorre all’intervento di un essere divino, inferiore per perfezione e potenza a Dio, il Demiurgo, che prendendo a modello le idee cerca di plasmare la materia comunicandole la loro perfezione. Ma la materia, irrazionale è restia ad accogliere la perfezione, per cui le cose rimarranno solo imitazione delle idee (mimesi), partecipi della loro perfezione, mai perfette. Ma il Demiurgo attua pur sempre una armonia, disciplinando secondo leggi eterne e principi razionali l’indocilità delle cose particolari, e ciò spiega il ripetersi delle forme essenziali, nella perenne vicenda del divenire. Quanto c’è nel mondo di bello e ordinato (ad es. le forme geometriche) testimonia di questo continuo sforzo comunicato alla materia dal Demiurgo.

Platone e la giustizia
Platone e la giustizia

Le idee sono molteplici, tante quante sono le forme della realtà sensibile universale; ma poiché queste presentano un certo ordine, una certa scala di valori e di relative perfezioni, anche le idee, principio di ordine e regolarità, saranno disposte secondo una scala ascendente dalle specie ai generi, alle classi, costituendo quasi una ideale piramide al vertice della quale starà l’Idea Somma: l’Idea dell’Essere, principio regolatore e disciplinatore di tutte le idee subordinate. Dunque, una gerarchia logica concatena e collega tutte le Idee, partecipi ognuna in grado diverso della essenza dell’Essere, che, nel fissare ad ogni idea il posto spettantele, ne stabilisce anche il grado di perfezione, assegnandole quella Posizione che deve avere ai fini del bene universale. L’Essere è anche principio di Bene e l’ordine logico acquista un significato morale.

L’Essere, principio del Bene e sommo Bene si identifica con Dio che, in quanto tale, è anche Vero e Bello perché ciò che è bene, non può non essere anche vero e bello. Da lui scaturiscono tutte le forme eterne; Dio è come il sole che con la luce rende visibili tutte le cose e con il calore rende possibile ogni forma di vita. La critica contro l’antropomorfismo raggiunge in Platone il suo culmine. Il mondo delle idee discende dalla perfezione divina. L’ordine degradante delle idee si svolge secondo un rapporto dialettico (diairesis) per il quale ognuna di esse si articola in due opposte. Il processo si ripete per le successive, dando luogo al molteplice della realtà immateriale. Il mondo corporeo, sensibile, è costituito di materia caotica e irrazionale, quindi da un elemento negativo, in quanto la materia è non essere, pura spazialità senza forma, prima dell’intervento del Demiurgo.

Si può dire che tutta la concezione dualistica di Platone sia premessa indispensabile alla soluzione di tale problema. La realtà spirituale e quella corporea trovano il loro equivalente nella situazione umana, in quanto l’uomo, come essere corporeo, partecipa alla imperfezione e corruttibilità della materia; mentre la sua anima, immateriale, è affine alle idee, anzi partecipe della loro spiritualità perché, da esse originata, deriva dal Mondò delle Idee. Incarcerata nel corpo durante la vita terrena, l’anima anela al suo ritorno alla patria di origine e si sforza di liberarsi dagli impacci che la incatenano.

Nel periodo antecedente la sua caduta nel mondo materiale, l’anima ha contemplato le forme eterne ideali e ne ha acquistata conoscenza per via immediata intuitiva, arricchendo il proprio sapere. È stata dunque anima intellettiva, per sua natura la più nobile ed elevata. Platone tuttavia assegna all’uomo altre due anime, quella concupiscibile e quella irascibile, subordinate alla intellettiva. Le tre anime corrispondono alle tre fondamentali attività umane: conoscere, sentire sensibilmente, vivere secondo l’impulso delle passioni. Di esse, la veramente immortale è soltanto l’intellettiva, razionale, cui spetta il compito di dirigere e guidare le altre due, come l’auriga dirige i due cavalli di una biga (Mito della biga alata. L’anima razionale conduce la biga alata nel mondo iperuranio, infrenando gli impeti opposti dei due destrieri: il nero (anima concupiscibile), il bianco (anima irascibile). Nella sua lunga corsa l’anima intellettiva riuscirà tanto più ad ascendere per cogliere le essenze ideali, quanto più sottomessi saranno i destrieri. Se invece essi prenderanno il sopravvento, l’anima avrà conoscenza sempre più limitata, finché, travolta, precipiterà nel mondo sensibile. Qui ognuna delle tre anime si allogherà nella sede che le è propria, entro il corpo: la razionale nel capo, la concupiscibile nel ventre, l’irascibile nel cuore.). Nella caduta, incontrandosi con la materialità del corpo, l’anima ne acquista l’opacità, dimenticando quanto aveva appreso nel mondo delle idee.

La conoscenza come reminescenza. L’oblio totale che si è prodotto nell’anima attraverso la caduta, spiega l’incapacità e lo stato di impotenza del neonato che, piccolo uomo, deve nel suo graduale svi-luppo risvegliare in sé le nozioni apprese, valendosi del-l’unica via di accesso al suo sapere: la sensazione. Da qui inizia il lento processo di conoscenza per l’anima che aspira alla riconquista del soprasensibile. L’ascesa che l’anima compie per la propria redenzione, purificandosi della illusorietà del mondo sensibile per rendersi degna del mondo eterno delle idee, assume dunque il duplice significato: gnoseologico e morale. Già Socrate aveva affermato il concetto di nozioni universali, esistenti in noi fin dalla nascita, idee innate che l’uomo ritrova approfondendo l’indagine di se stesso.

Anche per Platone la conoscenza non è scoperta, ma rievocazione, recupero delle idee universali apprese dall’anima prima della sua degradazione nel corpo; i sensi costituiscono l’ occasione e lo stimolo a tale ricordo: “Conoscere è ricordare”.

Quattro sono i gradi della conoscenza per conoscere Platone: la conoscenza per parvenze sensoriali e la conoscenza percettiva che costituiscono la conoscenza sensibile; la conoscenza matematica e quella filosofica, che rappresentano i due gradi della conoscenza razionale. Il primo grado è quello che dà le visioni parziali degli oggetti e culmina nella opinione, che, quando é vera, cioè corrispondente alla realtà, offre una rappresentazione esatta, ma sempre contingente. Subentra la conoscenza matematica, con la quale l’anima già coglie le forme eterne presenti nel sensibile predisponendosi alla conoscenza filosofica, che rivela compiutamente le essenze intelligibili. Nel libro VII della Repubblica, col mito della caverna Platone spiega in forma allegorica tutto il processo. (Le anime, prigioniere dei corpi, sono come carcerati imprigionati dalla nascita in una caverna, col volto rivolto al fondo e le spalle all’imbocco. All’esterno passano delle figure che proiettano sul muro le loro ombre; i prigionieri danno corpo alle ombre, credendole realtà, e su di esse costruiscono il loro sapere (parvenze sensoriali). Uno dei prigionieri, liberatosi, uscendo improvvisamente all’esterno dopo l’oscurità, vedrà ancora delle ombre confuse, ma saranno già più vere delle antecedenti riflesse sul muro (opinione vera); infine, man mano che l’occhio si abituerà alla luce, coglierà la vera realtà (matematica), fino a giungere alla conoscenza più perfetta (filosofica).

L'accademia di Platone
L’accademia di Platone

La realtà sensibile esercita sull’anima una duplice funzione: come materiale ed imperfetta, rende più vivo il contrasto con le idee, ma per quanto ha in sé di partecipe alla perfezione delle idee, contribuisce a facilitare il ricordo delle forme essenziali. Il bello, il buono, quindi il vero di questo mondo, anche se relativi, predispongono e accelerano il processo dell’anima verso la sua redenzione. Povera, finché avvinta al corpo, essa aspira alla ricchezza che possedeva (Mito di Eros. Eros, il giovinetto Amore, figlio di Possesso e di Povertà, vive in grande indigenza con la madre, ma sente vivo il desiderio di riconquistare la ricchezza paterna.)

La nostalgia di ricuperarla ha, per chi la sente, un valore immenso perché comunica amore di sapienza. Questo è lo scopo della filosofia; la ricerca incessante del filosofo, che sa di non sapere, prepara, in questo mondo imperfetto, l’ascesa verso il perfetto. Il filosofo non teme la morte, perché sa che essa sola può dargli la possibilità di cogliere, nella loro pienezza, le pure idee. Platone la dimostra con vari argomenti esposti nel Fedone:
a) Primo argomento dei contrari: ogni cosa si genera dal suo contrario (luce dalla tenebra, veglia dal sonno). Il passaggio avviene attraverso un processo intermedio che va dall’uno all’altro (imbrunire o albeggiare, svegliarsi o addormentarsi) e che assicura il ciclo eterno della realtà. Altrettanto dei due contrari, vita e morte. Se c’è il morire dell’anima, dovrà esistere anche il suo rinascere. b) Secondo argomento dei contrari: ogni cosa, in quanto partecipe essenzialmente di una idea, non può accogliere in sé l’idea contraria. Non solo il calore esclude il freddo, ma il fuoco che è essenzialmente calore scompare all’apparire del ghiaccio, essenzialmente freddo. L’anima, essendo essenzialmente principio di vita, non può accogliere in sé l’essenza del proprio contrario, la morte. L’anima vivrà eternamente, ma trasmigrerà di corpo in corpo (metempsicosi) c) Argomento della somiglianza: la morte è decomposizione delle cose materiali; ma l’anima non è materiale. L’anima non può decomporsi, perché similare alle idee, essenze che, in quanto semplici ed invisibili, non sono decomponibili e corruttibili. d) Argomento della reminiscenza: se conoscere è ricordare, l’anima ha una preesistenza al suo incarcerarsi nel corpo. Essa ha dunque una realtà distinta dal corpo e da esso indipendente. Ne consegue che, se poteva preesistergli, potrà anche sopravvivere al corpo, cioè sarà immortale.

Il sapere è dell’anima razionale, la quale razionalità man mano che emerge dalle tenebre dell’apparenza sensibile, infiammata dall’amore del conoscere, riuscirà sempre più a staccarsi dai legami del corpo. Ma i rapporti con esso sono rappresentati dalle due anime inferiori, concupiscibile ed irascibile, indispensabili alla esistenza umana. L’anima razionale deve controllare gli appetiti irrazionali delle passioni umane. Sui rapporti fra le tre anime si delineano quattro fondamentali virtù, ogniqualvolta si eserciti la guida illuminata della ragione. Prima virtù è la sapienza, propria dell’anima razionale che tende incessantemente alla verità; segue la fortezza allorché l’anima irascibile accetta il freno della ragione sui sentimenti; quindi la temperanza dell’anima concupiscibile che, dominata dalla ragione, appaga i propri bisogni moderatamente; infine la giustizia che tutte le compendia, essendo la giustizia ordirne ed equilibrio delle tre virtù.

L’uomo vive in società, quindi è la società che necessita di individui virtuosi, retti e giusti per progredire. La morale non può trovare dunque il suo pieno impiego che nell’ambito della comunità sociale: lo Stato. Su di esso e nelle sue istituzioni, avevano esercitato la loro aspra critica i Sofisti, assegnandogli un carattere utiliaristico e contingente che autorizzava ogni atteggiamento antisociale. A questa brutale realtà materialistica, dei cui eccessi è quotidiano spettatore, Platone contrappone la visione ideale di uno Stato perfetto, di chiara intonazione aristocratica. È questo il tema dei dieci Libri della Repubblica. Lo Stato vi è concepito come proiezione ingrandita dell’uomo, con le stesse esigenze e gli stessi fini etici che l’uomo si propone. Anzi, in quello Stato soltanto l’individuo potrà trovare l’ambiente adeguato per l’esercizio della virtù e per il proprio perfezionamento. Come ognuna delle tre anime ha una sua specifica funzione nell’armonia del corpo, così si differenzieranno le classi in cui si dividono i componenti dello Stato: filosofi, guerrieri e artigiani, che rispettivamente corrispondono all’anima razionale, irascibile e concupiscibile. I filosofi (sapienza) avranno il compito di reggere e governare; i guerrieri (fortezza) lo difenderanno; gli artigiani sopperiranno ai bisogni materiali della comunità, come l’anima concupiscibile fa per il corpo. Tutte ugualmente necessarie, ma non tutte dotate di pari dignità, non potranno in alcun modo varcare i limiti loro assegnati.

Sarà compito della giustizia (ordine ed equilibrio delle virtù) garantire il principio supremo dell’integrità dello Stato. L’optimum dell’ordine interno è la subordinazione di tutti alla ragione dei filosofi, che formati all’esercizio della sapienza e della virtù, conoscono il vero bene e sono in grado di chiarire agli altri la via del diritto e della perfezione. Nello Stato, l’interesse di ogni classe presa a sé, come l’interesse individuale, devono cedere di fronte all’interesse della comunità. Nello stato platonico domina un rigoroso comunismo che elimina la proprietà e limita il legame familare. Ciò vale in modo assoluto per i governanti, filosofi che, avendo di mira il bene della collettività, non devono essere distolti da preoccupazioni personali, né tentati di anteporre esigenze familiari a quelle di tutti. La loro formazione avverrà in appositi convitti, nei quali verranno avviati alla conquista del sapere nelle varie branche della cultura. Anche i guerrieri, a cura dello Stato, verranno educati a temperare la loro violenza attraverso il dominio della ragione cosciente. La classe artigiana sarà la sola a poter fruire di una proprietà, comunque limitata dal controllo dello Stato per evitare sperequazioni economiche; gli artigiani non necessitano di istruzione, se non professionale e la loro virtù fondamentale sarà l’obbedienza ai poteri politici. Solo i migliori, i veramente degni e preparati (che costituiscono una minoranza eletta) sono dunque ammessi al potere. Lo Stato platonico ha una netta intonazione aristocratica, fondata su un preciso criterio selettivo.

Coerente con se stesso, Platone si esprime in modo negativo sul problema dell’Arte. Poeti e drammaturghi, egli dice, sono sempre ispirati da qualche cosa che essi stessi non hanno mai potuto controllare (Omero non è mai stato stratega, né navigatore) e mossi da una divina mania nel descrivere realtà di cui non hanno mai avuto conoscenza. Danno credito a miti e leggende irrispettose per la divinità e influiscono dannosamente sulla formazione dei guerrieri e dei futuri reggitori dello Stato, che debbono essere educati a sentire unicamente la voce della ragione. Inoltre, se l’arte è perfetta imitazione della natura (canone classico) non deve essere insegnata ai giovani. La realtà naturale è già copia imperfetta e fallace delle idee, quindi l’arte non é che imitazione di imitazione, che ancor più allontana dall’universale. Scaturisce da una attività in netto contrasto con la ragione e suscita commozioni, perché frutto di passioni, destando gli appetiti dell’anima irascibile e di quella concupiscibile. A questa sgitazione, fa contrasto la concezione del Bello espressa da Platone nel Convito, in cui il bello sensibile è un mezzo per elevarsi alla contemplazione del Bello in sé, quindi per avvicinarsi alla visione di Dio, perché Bello e Bene si identificano. In tal senso, la più sublime forma d’arte è la Filosofia.

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