Daimon la sorte delle anime

Daimon la sorte delle anime

Daimon la sorte delle anime
Daimon la sorte delle anime

Il Daimon, come le anime scelgono la propria sorte

Guidando un cocchio, le anime umane non ancora incarnate giungono davanti alla Pianura della Verità, e vi gettano uno sguardo rapidissimo e di sbieco. Lassù stanno le Idee, immobili sopra il loro piedestallo sacro: la Giustizia e la Temperanza, la Bellezza e il Pensiero: sono sempre eguali a sé stesse, semplici e pure: non hanno viso né mani, né corpo, né colore, né forma; ignorano la generazione e la morte, la crescita, il mutamento e la consumazione.

A distanza di quattro giorni di viaggio, c’è un altro Luogo, di cui ignoriamo il nome: vi abita una luce diritta come una colonna e simile all’arcobaleno, ma più brillante e tersa. Le anime che aspettano di incarnarsi trovano in questo Luogo le estremità della catena del cielo: il fuso della Necessità: gli otto cieli con i colpi celesti, ognuno inserito nell’altro; mentre le Sirene e le Moire, le dee del fato, vestite di bianco, compongono con le loro voci un accordo armonioso. Così racconta Platone, nel Fedro e nell’ultima parte della Rebubblica.

Le anime che attendono di tornare in terra si raccolgono nel Luogo senza nome. Qualcuno getta loro sul terreno luminoso dei modelli, delle forme di vita, ognuna distinta dall’altra; e noi, lassù in alto, le raccogliamo e le scegliamo. Queste forme diventano il nostro carattere, il nostro daimon (genio) e il nostro destino. Tutta la vita che stiamo per passare in terra dipende da questa scelta, che coscientemente o incoscientemente compiamo prima di nascere.

Non sonó dunque gli dèi a imporci le nostre nature e i nostri destini, come pensava Omero; e nemmeno i geni che abbiamo ereditato, mescolati alle occasioni della vita, come crede la scienza moderna. Lassù in alto, insiste Platone, le nostre anime scelgono la propria sorte. Alla fine del ventesimo secolo, uno psicologo geniale e immaginoso come James Hillmann conferma il mito platonico. «Quella che ricevo è l’immagine che è la mia eredità, la porzione assegnatami nell’ordine del mondo, il mio posto sulla terra, condensato in un modello che è stato scelto dalla mia anima.»

Euripide citazione sulla necessità
Euripide citazione sulla necessità

Ciò che importa, nei grandi esempi umani, secondo Platone, è l’assoluta unità tra forma di vita, daimon e destino, che porta alla rigorosa compattezza delle loro esistenze. Non c’è caso, né imprevisto, né contraddizione; né errore, né incoerenza. Là in alto, noi avevamo scelto liberamente: chi un daimon e un destino, chi un altro daimon e un altro destino; e poi la nostra scelta viene filata e tessuta dalle Moire, diventando un tessuto compatto, che nessuna forza potrà mai più separare. Tutto, in una parola, viene sigillato dalla Necessità.

«Nulla ho trovato più potente di Necessità», dice Euripide. «Essa è la sola dea, senza altare né immagine davanti a cui pregare. Non cura sacrifici.»

Se ripensiamo alle sorti dei grandi scrittori ed artisti, vi troviamo sempre la traccia nascosta e visibile di Necessità. Tutto ciò che essi hanno fatto: le vite in apparenza casuali, gli errori, le storditezze, i libri che hanno letto, i quadri che hanno visto, le musiche che hanno ascoltato, le opere mancate, le opere riuscite, le malattie, la morte tutte le manifestazioni entrano in un rapporto strettissimo tra loro, formano una tessitura, disegnano un tappeto, di cui dobbiamo conoscere sia il diritto sia il rovescio.

Qualche volta, la nostra impressione è quasi angosciosa. Possibile che Dostoevskij o Proust o Kafka non siano stati, nemmeno per un istante, liberi? Possibile che non abbiano mai disobbedito al loro daimon? Che tutto ciò che hanno scritto e fatto fosse destino? Che si siano sempre inchinati davanti a Necessità, la dea senza altare né immagine? Vivere sempre sotto il suo segno è la più ardua e tremenda delle esistenze. Non si può nemmeno rimpiangere o sognare, perché «l’occhio di Necessità» dice Hillmann “svela che ciò che facciamo è soltanto ciò che poteva essere”.

Eppure, davanti a certi destini di scrittori, ci lasciamo spesso sorprendere da un presentimento. Tutto vi è necessario: eppure immaginiamo che qualcuno di loro abbia avuto delle possibilità che non ha sfruttato. Forse quel destino così stretto e rigoroso è stato soltanto un bellissimo gioco: accanto al quale c’erano altri giochi, altri divertimenti, altre imprese, che, chissà perché, sono state lasciate da parte.

Platone e il Daimon di Eros
Platone e il Daimon di Eros

Certi libri sono così vasti da rivelare, in sé stessi, altri libri che li contraddicono e li superano o li completano. Certi quadri hanno un significato affidato all’enigma. Tutte queste sorti lasciano in noi una sensazione di straordinaria molteplicità, come se una specie di alone o una ariosa leggerezza avvolgesse ciò che è puramente necessario.

Su un punto non concordo con James Hillmann. Al contrario di quanto egli crede, pochissime sono le esistenze umane che siano state tessute dalle Moire: solo i grandi artisti, e alcuni uomini d’azione, vedono riflesso nella loro vita il segno della Necessità. L’universo è una serie colorata di eventi: un guazzabuglio di casi, che solo per pochi istanti accenna una figura, e poi si deforma, perde ogni disegno, precipita a poco a poco o violentemente nel caos. La storia non ha senso né direzione; e perciò è così divertente. Noi non abbiamo né un daimon né un destino: siamo frantumi di vita, che qualcuno ha incollato insieme; e per questo, a tratti, abbiamo quella gioiosa e frivola sensazione di essere completamente liberi, che un genio non possiede mai.

La persona umana non è un semplice io, ma una specie di sistema planetario: dove ci sono molte funzioni, molte personalità secondarie, che stringono rapporti tra loro e subiscono attrazioni vicendevoli, mentre ruotano attorno a un Sole, che talvolta non esiste o getta una luce nera. Platone e Hillmann pongono il daimon nel centro di questo sistema. II daimon non è altro che la nostra forma di vita, il nostro carattere: eppure si stacca da esso, assume una specie di autonomia, e diventa il nostro guardiano.

In Socrate, si risvegliava soltanto per dire di no; e certo nella vita di tutti i grandi artisti opera sempre un guardiano inflessibile, che controlla e sorveglia l’anima, le impedisce di percorrere strade che non le appartengono, la rende cieca e muta davanti a tutto ciò che non è necessario, la fa ostile ai compromessi. Quante vite si perdono, quanti brillanti talenti si sprecano, perché il daimon si assopisce, e allora l’ambiente schiaccia, i casi ostacolano, lo stesso talento si inebria della propria apparente ricchezza.

Non vorrei dare un’idea troppo inflessibile ed eroica del daimon. Molte vocazioni si perdono per eccesso di volontà e di chiarezza: nulla è più pericoloso che conoscere sino in fondo tutte le forme e gli svolgimenti del proprio destino, e conquistarlo con la violenza e la coercizione. La conoscenza assoluta di sé isterilisce, come un occhio gelido continuamente portato sulla mano che scrive o dipinge.

Il Daimon, le anime e il destino
Il Daimon, le anime e il destino

Spesso il daimon veramente fruttuoso non sa: ignora o crede di ignorare la propria vocazione; vive nella penombra e nell’incertezza, senza una meta o un fine, mentre nella tenebra la vocazione si forma a poco a poco, come un bambino nel grembo. Talvolta il daimon dimentica la scelta che l’anima ha compiuto nel Luogo luminoso: ricorda faticosamente, a pezzi, a sprazzi, a barlumi. Non segue una linea retta: ma va avanti e indietro, indugia, oscilla, si ferma, sbaglia, segue tutte le tracce, si perde, si ripete, si rinnova.

II daimon è accortissimo, multiforme e versatile come Ermes. Solo un artista mediocre può dire: «L’unica influenza che io abbia mai avuto, sono io stesso». L’arte fondamentale del daimon sta nell’approfittare delle occasioni: dolori, morti, malattie, amici, nemici, letture, quadri, viaggi, casi, disastri. Egli impara dagli altri: venera un altro, imita un altro: talvolta molti altri; e dalla moltitudine e dal groviglio delle influenze, sa trarre la parola che soltanto è sua.

Di rado è aggressivo. Sa attendere. Qualche volta è persino troppo passivo: una specie di miele; perché solo la passività lo porta vicino alle sue origini profonde, a quella forma che aveva scelto nel luogo più brillante dell’arcobaleno. Così, a forza di accettazioni e di rifiuti, ora solido ora liquido, il daimon forma a poco a poco il sistema planetario del genio creativo.

L’antico insegnamento delfico, Conosci te stesso, voleva dire: conosci i tuoi limiti, sappi di essere un uomo e non un dio, rifiuta in primo luogo la hybris. Eppure il daimon di un artista non obbedisce sempre alla massima delfica: l’arte della vocazione è un continuo violare il limite – compiere veloci scorribande nell’altrove, portare notizie dal mondo che non gli appartiene, trasformare il diverso. Così egli agisce anche con le forze della distruzione.

Talvolta le porta dentro sé stesso: Kafka non poteva rinunciare all’aspetto distruttivo del proprio temperamento. Anche in questo caso, il daimon è sovranamente accorto: utilizza, sfrutta, trasforma le forze distruttive, lascia che la distruzione diffonda attorno a sé il suo alone fascinoso, ma non se ne lascia travolgere. Si spinge sul limite estremo dell’abisso, dove c’è solo tenebra e orrore, e poi si getta indietro, con un’ultima spinta elegante del corpo. (non sempre però ci riesce. n.d.r.) Così vuole la dea “Senza altare né immagine davanti a cui pregare”.

Pietro Citati  L’armonia del Mondo Rizzoli, 1998, Milano.

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